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Cosa sono i GRUPPI DI CONDIVISIONE?
Le FASI previste dal rituale.




Cosa sono i LABORATORI DELLE EMOZIONI?


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COSA SONO I GRUPPI DI CONDIVISIONE
Il gruppo di condivisione è il luogo e lo strumento per costruire quello spirito di fiducia, cooperazione e dono di sé, che costituisce il motore della vita di relazione e che solo può portare all'avvio di nuove esperienze di vita comunitaria.

Il gruppo di condivisione ha una validità a se stante e può essere molto utile anche a chi, al momento in cui partecipa, non ha nessuna intenzione di vivere in comunità.
Lo troviamo efficace perché ci aiuta ad abbandonare il vecchio modello di relazione basato sulla competitività e sulla lotta per acquisire posizioni di preminenza.
Ci aiuta a re-imparare assieme a:
- prendere decisioni partecipate e consensuali (cioè raggiunte con il consenso di tutti e non a maggioranza);
- ascoltare gli altri;
- collaborare seguendo anche i sensi, l'intuito e non solo la ragione;
- esplicitare le nostre esigenze, desideri, aspettative;
- convivere apprezzando le differenze che ci sono fra noi;
- rispettare il diritto di ognuno di essere come si è e ad accettare la storia di ognuno senza giudizi.

Nel gruppo di condivisione si crea un ambiente protetto dove ognuno è sicuro che ogni altro partecipante non giudicherà le proprie parole e il proprio essere. Dove ognuno è libero di parlare di se stesso in merito ad un argomento scelto insieme.
Si parla in prima persona di ciò che si è e non di ciò che si progetta per il futuro. Ciascuno affida con fiducia al gruppo ciò che ritiene di voler condividere senza nessun obbligo o pressione. Nessuno interrompe, né giudica, gli interventi degli altri. Non ci si risponde e non si innesca dibattito.

Ciò che si è stati e ciò che si è non può essere materia di discussione.

L'esperienza dell'altro è una verità che deve essere ascoltata e accolta in un atteggiamento di non giudizio e gratitudine per quanto viene gratuitamente offerto.
Questo modo di comunicare implica un vero e proprio patto morale, fondato sulla discrezione nell'ascolto: ci si impegna, cioè, a non raccontare banalmente in giro quello che viene detto, se non riferendosene in terza persona, senza menzionare il nome delle persone, e al solo scopo di testimonianza.
Il rispetto di queste condizioni farà crescere nel tempo tra le persone una fiducia sempre più radicata e profonda.
La comunicazione di condivisione è la chiave dell'auto aiuto:

Se condivido una gioia, questa aumenta, se condivido una sofferenza, questa diminuisce.

Nel corso del primo incontro le persone si presentano in modo sintetico al resto del gruppo. La presentazione deve essere improntata sul "chi sono" e "perché sono qui". Un metodo interessante per aiutare l'autoesposizione consiste nel trovare cinque parole che possano in qualche maniera disegnare un profilo individuale, e utilizzare questi termini per raccontarsi al gruppo.

Fatto il giro delle presentazioni, si passa al pranzo che, per il primo incontro, è al sacco. Sedersi insieme intorno ad una tavola diventerà un momento caratteristico della vita del gruppo di condivisione.

L'associazione "Comunità e Famiglia" propone una scaletta di argomenti per i primi 4-5 incontri, così congegnata:

1. conoscenza profonda dei vari componenti del gruppo tra di loro: ogni persona ha un tempo di dieci minuti per parlare al gruppo di sé in prima persona;

2. il lavoro;

3. il denaro e la condivisione dei beni;

4. l'accoglienza;

5. un argomento scelto dal gruppo.




Verifica e Gruppi di Lavoro
Al termine di questo primo ciclo di incontri dei Gruppi di Condivisione, si procede ad una verifica nel corso della quale il singolo si riposiziona nei confronti delle proprie aspettative iniziali e di quelle della altri componenti del gruppo. La verifica si può fare sulla base di tre domande:

a. cosa mi aspettavo quando ho iniziato questo cammino?

b. Quali cambiamenti ho notato nella mia famiglia e nelle altre?

c. Che prospettive sentiamo di avere e quali aspetti qualificanti vediamo nel cammino che si sta facendo?


Si può constatare la presenza di posizioni diverse:

a. chi si sente pronto per la vita comunitaria subito;
b. chi vede la prospettiva comunitaria a medio e lungo termine;
c. chi non pensa alla vita comunitaria, ma desidera condividerne lo spirito da vicino.

A questo punto, si deciderà se formare, in aggiunta al gruppo di condivisione eterogeneo (che continuerà ad esistere e a lavorare per proprio conto), dei sottogruppi che lavoreranno a progetti specifici di villaggio. Questi sotto gruppi li chiamiamo Gruppi di Lavoro.

Gli incontri dei Gruppi di Condivisione vengono coordinati da una coppia tutor che, ha il compito di:

a) avviare l'incontro;
b) ricordare ed esplicitare il metodo della condivisione;
c) salvaguardare il gruppo dal dibattito;
d) contribuire alla crescita di altre coppie tutor, che si avvicenderanno alla guida del gruppo.

I gruppi di condivisione sono tanto efficaci quanto più vi si partecipa costantemente. Per vedere gli effetti su se stessi è consigliato partecipare almeno ad una serie di quattro incontri.


Le FASI previste dal rituale del Gruppo di Condivisione > >

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Che cosa è il Laboratorio delle Emozioni

E' uno spazio dove vengono messe in scena situazioni problematiche e conflittuali intra- e interpersonali, blocchi emotivi, inibizioni, straripamenti emozionali, tensioni, disagi derivanti da problemi di comunicazione.

Nella vita quotidiana viviamo tanti drammi, piccoli e grandi, di questo tipo. A volte riusciamo a vivere pienamente e anche a risolvere questi drammi nella vita reale, ma il più delle volte le esigenze pressanti di un mondo esterno sempre più frettoloso e meno attento alle problematiche del benessere relazionale non ce lo consentono. Finiamo perciò con il rimuovere questi problemi, che vanno così ad accumularsi in quello spazio interiore dove spingiamo il non detto, l'irrisolto, la bugia, la doppiezza, l'autoinganno, tutto quello insomma che non riusciamo a chiarire a noi stessi e a chi ci sta vicino.

I ritmi cui siamo costretti dalla vita moderna e la necessità di trovare forme di adattamento rapide e pragmatiche ad una vita sociale così configurata, finiscono poi con il determinare una sorta di desensibilizzazione rispetto a una serie di piccoli disagi e paure interiori e di frizioni comunicative tra le persone, tanto che finiamo con l'abituarci e col considerare normale e fisiologico ciò che invece può, con una sensibilità rimessa in carreggiata, essere esperito come appartenente alla patologia della comunicazione e, quindi, essere migliorato.

Di qui la necessità di re-inventare uno spazio dove sia possibile per la persona rivivere i suoi drammi e i conflitti, esplorando le emozioni negative e il dolore psichico che ne consegue, al fine di ottenere sollievo, chiarezza e maggiori possibilità di risoluzione.

E' uno spazio che permette di oltrepassare l'approccio individuale-verbale. Il dramma interiore o sociale, non viene semplicemente raccontato, ma agito, anzi ri-agito, davanti a un gruppo di persone che permette al protagonista di assumere consapevolezza delle molteplici facce del suo problema. L'apprendimento, per il protagonista e per il gruppo, funziona meglio nel quadro di un'azione che si approssima alla vita che in quello di analisi e prolisse discussioni di gruppo.

I principi strutturanti del Laboratorio delle Emozioni sono ricavati dalle tecniche della comunicazione ecologica, della terapia biosistemica e dello psicodramma di Moreno. Il nostro non è però un modello definito una volta per tutte, ma una sperimentazione permanente e aperta a tutti quei contributi che la pratica e la fantasia dei componenti del gruppo dovessero suggerirci.

Esplorazione della parola, lavoro sul corpo, gioco, teatro si combinano creativamente generando esiti aperti alla molteplicità delle situazioni e degli obiettivi che ci si prefigge.

Il Laboratorio delle Emozioni è uno specchio di vita non solo per il protagonista della seduta, ma per tutto il gruppo presente, stimolando insight (autoconsapevolezza) nei suoi componenti.

Il protagonista agisce con l'aiuto di ego ausiliari che sostengono le controparti necessarie per allestire la scena da rappresentare. Nella versione che stiamo provando attualmente, una seduta di Laboratorio è suddivisa in due parti distinte: una prima parte in cui viene effettuato il gioco di ruolo e rivissuta l'emozione, che viene descritta dal protagonista con l'aiuto delle identificazioni operate dai componenti del gruppo e completata dal feedback su queste da parte del protagonista stesso; una seconda parte in cui si passa all'esplorazione delle possibili soluzioni, sempre con identificazioni del gruppo e feedback.

Per facilitare l'ampliamento dei punti di vista sulla realtà e la comprensione di aspetti dell'altro e della relazione che normalmente sono in ombra, il conduttore può far procedere il protagonista a un'inversione di ruolo, facendogli rivestire i panni di uno degli ego ausiliari.

Un vantaggio della procedura è la possibilità di ripetere indefinitamente la scena, concentrandosi come al rallentatore su momenti e parole chiave alla base del problema. Ciò mette in grado protagonista e spettatori di capire l'esperienza e di apprendere in ogni angolatura dell'azione.

Sul fronte corporeo, un vantaggio molto importante rispetto ai metodi centrati sulla parola, è quello di trarre indicazioni dai segnali provenienti dal corpo. Lo stress si concentra infatti direttamente in una parte del corpo, su cui si può agire per facilitare la scarica dell'emozione, anche tramite tecniche di intensificazione e di empatia corporea.

Il Laboratorio è uno spazio aperto alla partecipazione di esterni al VES e si effettua con periodicità di due volte al mese.

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