IL METODO DEL CONSENSO
Un contributo alla comprensione e alla gestione dei
processi decisionali partecipativi.
di Roberto
Tecchio
* * * * * *
6. LA FACILITAZIONE
Io direi che la facilitazione
è l'insieme delle azioni che consentono a un
gruppo di realizzare il metodo di lavoro, e, con ciò,
di gestire il processo decisionale in sede assembleare
(dalla riunione ordinaria di un'ora, all'assemblea
annuale di più giorni). In altri termini
la facilitazione coincide con le forme della comunicazione
che un gruppo attua quando s'incontra.
Anche nel gruppo più elementare si praticano
forme di facilitazione (ovviamente in modo informale
e del tutto inconsapevole), per esempio darsi il turno
nella parola e la tendenza a non interrompere chi
parla; il disporsi nello spazio in cerchio o in altri
modi - che si presume possano appunto facilitare un
certo tipo di comunicazione -; prendere appunti per
se stessi e/o per il gruppo; verificare tramite delle
domande la propria e l'altrui comprensione di quanto
detto; produrre delle idee e valutarle prima
di assumere una decisione; ecc).
Facilitazione senza facilitatori.
Credo sia importante notare che l'assenza di facilitatori
non comporta l'assenza di facilitazione. Se la facilitazione
è quella cosa sopra definita, allora essa è,
di fatto, sempre presente nella dinamica di gruppo,
il che vuol dire che tutti i membri in qualche misura
vi partecipano corresponsabilmente - seppur in modo
inconsapevole.
Sembra logico ipotizzare che durante lo svolgimento
di una riunione ogni singolo atto comunicativo (una
frase, uno sguardo, un gesto) abbia effetti facilitanti
o ostacolanti in rapporto alla costruzione del consenso
(e della sua qualità in termini di creatività,
partecipazione, efficacia, ecc), sebbene ovviamente
alcuni atti siano più determinanti di altri
nel produrre certi effetti. Potrebbe suonare strano
chiamare facilitazione anche quei comportamenti che
agiti inconsapevolmente hanno effetti ostacolanti
e distruttivi sulla dinamica di gruppo e sul processo
decisionale, però a me pare che vedere le cose
in questo modo illumini aspetti basilari: nel gruppo
ogni singolo partecipante si comporta (comunica) in
modo da favorire il raggiungimento di quelli che ritiene
essere gli obiettivi migliori per il gruppo (che spesso
e volentieri fa inconsciamente coincidere in tutto
e per tutto con i propri).
Quel favorire corrisponde esattamente alla
sostanza della facilitazione: favorire è facilitare,
e la facilitazione spesso produce effetti contrari
a quelli auspicati, soprattutto quando è inconsapevole
-anche quella formale ed esperta può produrli.
Credo sia fondamentale prendere coscienza di tale
evidente potere/responsabilità individuale.
Una panoramica.
La facilitazione può essere formale o informale:
è formale quando nel gruppo viene usata in
modo consapevole ed esplicito, altrimenti risulta
informale.
La facilitazione formale (F.) è di norma
associata ai processi decisionali orientati al consenso,
che essendo altamente partecipativi richiedono una
speciale cura per realizzare la partecipazione efficace.
La qualità della facilitazione influisce in
maniera determinante sulla qualità del processo
decisionale, e dunque sulla qualità delle decisioni.
Insomma, il mc si fonda sulla facilitazione formale.
Per funzionare bene la F. (esattamente come la mediazione,
che è sempre formale altrimenti non è
mediazione) non può essere imposta, bensì
deve essere richiesta dal gruppo ed esplicitamente
accettata da tutti i suoi membri (ci vuole il consenso
per impiegare efficacemente un certo metodo di lavoro
e la relativa facilitazione). Pertanto la F. è
un intervento che va sempre chiaramente presentato
(e compreso) nelle sue regole e funzioni.
La facilitazione informale, attuata cioè
spontaneamente e implicitamente da alcuni membri di
un gruppo, tende a produrre effetti negativi e controproducenti,
soprattutto a lungo andare: perciò andrebbe
resa esplicita e valorizzata (si tratta cioè
di render esplicito - e quindi oggetto di decisione
consensuale - ciò che già avviene).
La F. è di norma attuata da una precisa figura,
il facilitatore. In tal senso può essere "interna"
o "esterna" al gruppo: è
interna quando chi facilita è un membro del
gruppo; è esterna quando chi facilita non fa
parte del gruppo. Quando la F. è interna è
in genere raccomandabile che sia alternata (cioè
condotta nella stessa riunione da almeno un paio di
persone - ciò dipende dal tipo di gruppo e
di riunione). A volte, nei gruppi che hanno un po'
di esperienza, la F. può essere attuata contestualmente
da diversi membri interni al gruppo, o anche da tutti
i membri quando il gruppo è piccolo - in quest'ultimo
caso io la chiamo facilitazione diffusa.
A chi facilita in modo formale viene affidata una
responsabilità (potere) che è contestuale,
situazionale; è un potere assai importante
e delicato, fondato sulla fiducia e sugli stessi valori
e premesse che ispirano il metodo decisionale.
Nel caso del mc chi facilita è focalizzato
sui bisogni del gruppo: aiuta il gruppo a trovare
le sue soluzioni ai suoi problemi, senza forzare il
gruppo verso soluzioni che (chi facilita) riterrebbe
più valide. Nella F. esterna questo fondamentale
orientamento ha le migliori possibilità di
realizzazione. Nella F. interna, che è il tipo
di F. più frequente, è praticamente
impossibile avere le suddette condizioni ideali, ma
ciò non impedisce di ottenere ottimi risultati.
Nel caso poi che chi facilita volesse o dovesse entrare
nel confronto diretto con gli altri membri del gruppo
sul merito delle questioni trattate (il che è
la regola nella F. interna) dovrebbe esplicitare tale
passaggio e farsi temporaneamente sostituire nella
sua funzione (che potrebbe essere assunta da un altro
membro, oppure dall'intero gruppo).
Ogni volta che in un gruppo si decide di usare la
F. diffusa, cioè affidata non a qualcuno,
ma a tutti membri, è necessario esplicitare
le regole minime che la strutturano (per esempio la
regola che chiunque può intervenire per interrompere
un altro membro qualora ritenesse che si stia ripetendo,
ovvero per riformulare e sintetizzare le idee espresse;
chiunque può chiedere la verifica del consenso
su un passaggio ritenuto significativo; ecc). Insomma,
F. diffusa non vuol dire che ognuno può fare
quello che gli pare senza tener conto degli effetti
sul processo decisionale della propria comunicazione,
ma vuol dire che ogni membro si assume la responsabilità
dell'andamento della riunione e si comporta di conseguenza
- meglio se all'interno di regole minime prestabilite
e concordate.
In pratica.
In sede di riunione chi facilita si occupa in genere
di una serie di compiti (qui torna utile avere sotto
mano la scheda "il mc: una visione d'insieme"
e la scheda "il problem solving"):
¢ cura il contesto dell'incontro e agevola l'inizio
dei lavori
¢ presenta (o fa presentare a chi compete) l'agenda
nel dettaglio
¢ verifica che tutti abbiano (avuto) le informazioni
necessarie alla partecipazione efficace;
¢ gestisce il metodo di lavoro nei tempi concordati
e usa in proposito gli strumenti ritenuti più
adatti;
¢ esplicita i passaggi chiave del processo e
verifica il consenso (e la sua qualità);
¢ verifica che i passaggi formali siano adeguatamente
formalizzati (stesura del verbale) da chi ne ha il
compito;
¢ verifica l'implementazione delle decisioni
¢ gestisce la valutazione finale dell'incontro
Quelli elencati sono gli aspetti
che personalmente tendo a curare. Naturalmente il
modo in cui ciò viene svolto attiene alle forme
della comunicazione, e quindi, nella sostanza, riguarda
gli approcci e gli stili della facilitazione formale
(un capitolo da approfondire a parte - vedi scheda
sul problem solving).
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INDICE
INTRODUZIONE
Buona lettura!… (ma perché leggere?) 2
1.
Il METODO DEL CONSENSO: UN'IDEA DA APPROFONDIRE
3
Decisioni (azioni) di qualità. 5
Condizioni necessarie all'adozione e all'applicazione
del mc. 6
2. PROBLEMI
DI LINGUA, PROBLEMI D'INTESA 7
Glossario minimo. 8
3. IL
METODO DEL CONSENSO: UNA VISIONE D'INSIEME 15
4. CONSENSO
E VOTO: COMPATIBILITÀ LIMITATA 17
Due metodi, due strade. 19
Il voto consapevole: uno strumento per usare meglio
il metodo della maggioranza - e il metodo del consenso.
20
5. LA
GESTIONE DEL PROCESSO DECISIONALE 21
Passaggi obbligatori. 21
Un errore tipico. 21
Il processo decisionale è come… 22
La verifica (e costruzione) del consenso. 23
Il metodo di lavoro: c'è, ma non si vede! 25
La gestione del rapporto tra maggioranze e minoranze.
26
6. LA
FACILITAZIONE 29
Facilitazione senza facilitatori. 29
Panoramica. 30
In pratica. 31
SCHEDA 1 - La
discussione è una guerra! 32
SCHEDA 2 - Il
Problem Solving. 33