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  16/05/2006
   
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IL METODO DEL CONSENSO
Un contributo alla comprensione e alla gestione dei processi decisionali partecipativi.
di Roberto Tecchio

* * * * * *

5. LA GESTIONE DEL PROCESSO DECISIONALE

Passaggi obbligatori.
Proviamo a calarci nello scenario - antico forse quanto l'homo sapiens - di una riunione di un gruppo costituito da una quindicina di persone. Tenendo presente la mappa "il mc: una visione d'insieme", immaginiamo che la nostra riunione sia stata preparata con cura: tutti hanno ricevuto per tempo la convocazione, dove ci sono l'ordine del giorno e le altre informazioni del caso, nonché i documenti che presentano le diverse opinioni in merito a una questione divenuta urgente con le relative proposte di soluzione (l'hanno ricevuta la documentazione, è vero, ma chissà se l'hanno letta?). Immaginiamo pure che il gruppo conosca il mc poiché lo ha formalmente adottato da tempo (e quindi non ha bisogno di decidere ogni volta su un punto tanto fondamentale: la decisione sul metodo è implicitamente ogni volta riconfermata). Eccoci dunque al momento della riunione.

Immaginiamo che la sede sia stata ben allestita, che il gruppo abbia a suo tempo deciso (consapevolmente) di lavorare in cerchio, senza mobili al centro, usando di norma la facilitazione, che a seconda dei casi viene affidata ai membri che sono disponibili e hanno un minimo di capacità. (nota30) .

Ora, per semplificare il nostro caso, immaginiamo lo scenario classico dove ci si concentra sulle questioni all'ordine del giorno (odg). Poniamo che l'odg sia stato accettato (altro "passaggio obbligatorio" e decisione fondamentale), e che sia stata individuata la voce da trattare per prima (ancora un passaggio obbligatorio che richiede una decisione, a volte delicata). Ebbene, prima di entrare nel merito del punto scelto, c'è ancora un'importante decisione da prendere: come affrontiamo la questione che abbiamo scelto di affrontare? Con quali strumenti e tecniche (metodo di lavoro) pensiamo di applicare per trattare la particolare tematica? Ancora una volta è necessario rendersi conto che con tali domande non aggiungiamo nulla al processo decisionale, non lo complichiamo per pignoleria, o perché ci piace essere precisi, o perché adoperiamo un metodo speciale: semplicemente rendiamo esplicito un altro "passaggio obbligatorio" del processo che è sempre presente, sempre, e che, pur nella sua grande rilevanza per gli effetti che ha sulla dinamica di gruppo e sulla qualità delle decisioni finali, tende a restare invisibile. Vediamo in proposito un errore tipico legato a questo passaggio.

Un errore tipico.
Il gruppo ha appena deciso il punto all'odg da cui iniziare; immaginiamo che uno dei membri (Mario) prenda la parola e dica: "su questo problema penso sarebbe utile partire dalle riflessioni che Elena la settimana scorsa ha mandato per email a tutti e sentire cosa ognuno di noi ne pensa; personalmente io credo che lei abbia ragione quando dice che…".

Ecco, questo modo di procedere presenta un errore grave, frequente, specie in gruppi dove a chi presiede, o al responsabile/coordinatore di turno, viene affidata (magari in modo implicito) la gestione sia del processo decisionale (cioè il dare la parola e in taluni casi l'interrompere chi parla, il fare domande per approfondire, il sintetizzare e riformulare le proposte per chiarire, ecc), sia del merito dei contenuti (il dare informazioni, lo spiegare e argomentare pro o contro le opinioni degli altri). Dunque fermiamoci e osserviamo bene cosa accade: cosa (non) fa Mario?

Con le prime parole del suo intervento propone un "metodo di lavoro" per affrontare il problema (avviare il confronto a partire dalle riflessioni contenute nella mail di Elena), e con le sue successive parole, nel giro di pochi secondi, senza fermarsi un attimo per verificare se la sua proposta di metodo sia condivisa dal gruppo, comincia a esprimere la sua opinione: ma ciò "implica" che il gruppo in quel frangente abbia accettato/scelto (deciso!) che quello è il modo giusto di procedere.

Di fatto Mario sta imponendo al gruppo (probabilmente senza rendersene conto) di imboccare un "sentiero" su cui procedere nel cammino, sentiero che secondo lui porterà alla soluzione del problema. Ma prendere quella via vuol dire non prenderne delle altre (decidere, etimologicamente, vuol dire "tagliare", cioè ogni decisione apre, taglia e toglie certe possibilità); e magari c'è qualcuno nel gruppo che ha idee diverse e forse migliori su come procedere; e magari c'è qualcuno che la lettera di Elena non l'ha ricevuta, o non l'ha letta, e vorrebbe prima di discutere avere certe informazioni; e magari c'è qualcuno che è infastidito dal fatto che nelle riunioni Mario sia spesso il primo a parlare e a imprimere così una certa direzione alla discussione…

Interventi come quelli di Mario hanno forti probabilità di produrre effetti negativi, specialmente se vengono ripetuti nel tempo - e siccome in genere si tratta di modelli di comunicazione personale, è sicuro che verranno ripetuti. Certo, gli altri membri del gruppo potrebbero benissimo bloccare Mario e presentare altre proposte procedurali; ma "interrompere" una persona è sempre una faccenda delicata: magari c'è chi vede che qualcosa non va, però tra sé e sé pensa "ormai si è lanciato, lasciamolo finire, non ci metterà molto…"; chi si dice "uffa, ci risiamo, però non posso essere sempre io a bloccare Mario…"; chi vorrebbe fermarlo, ma teme la reazione del gruppo, o di Mario, o di qualcuno che in genere sostiene Mario; c'è poi chi nemmeno si accorge di quanto sta avvenendo e invece ascolta attentamente preparando il suo intervento pro o contro il ragionamento di Mario, (andando così a rafforzare la scelta implicita del metodo di lavoro intrapreso). No, come tutti sanno non è affatto semplice "interrompere" interventi di questo genere, specialmente quando si ripetono e diventano una sorta di abitudine nel gruppo (una vera e propria regola implicita). E così però il tempo della riunione passa, si aggiungono interventi simili, aumenta il disordine, e forse andando avanti cresce pure la tensione.

Però, nel nostro caso fantastico, abbiamo un gruppo che impiega la facilitazione. E alla facilitatrice di turno (Luisa) non sfugge l'accaduto: interrompe Mario e fa presente (a lui e al gruppo intero) il salto di livello che stava avvenendo. Dopodiché Luisa non fa altro che esplicitare al gruppo la proposta procedurale di Mario (avviare la discussione a partire dalla mail di Elena) verificando su ciò l'accordo o il consenso degli altri membri: questo passaggio viene chiamato "verifica del consenso", ed è, evidentemente, un passaggio chiave.

Il processo decisionale è come…
Il processo decisionale è come una scala fatta di gradini di pietra: mentre saliamo possiamo anche saltare uno o più scalini, però il fatto di saltarli non significa che quei gradini non esistano, anzi, senza quei gradini non ci sarebbero i gradini successivi e non ci sarebbe nemmeno la scala.

Si potrebbe dire, stando alla metafora, che il saltare certi gradini comunque non incide affatto sull'arrivare in cima alla scala (obiettivo), anzi, permette di arrivarci prima. Il fatto è che quando siamo in gruppo non siamo soli: in cima alla scala ci interessa (davvero) arrivare tutti insieme? Ha senso arrivare da soli o in pochi, se poi, una volta arrivati, il lavoro da fare necessita dell'impegno motivato e del rispetto maturo di tutti? Come e quanto entrano in queste scelte procedurali (di metodo) i principi e le finalità (valori) che dichiariamo di perseguire e che, in virtù di tali scelte, si avvicineranno o allontaneranno?

M.L. King diceva che "alla pace o ci arriviamo insieme o non ci arriveremo!" (e per "insieme" intendeva neri e bianchi). Ebbene, se crediamo che abbia senso (valore?) arrivare insieme, allora dobbiamo fare attenzione a che, quando saltiamo un gradino, tutti lo saltino e tutti vadano a poggiare il piede nello stesso successivo gradino.

Non solo. Ci sono gradini nella scala che hanno un valore speciale: sono come dei pianerottoli che aprono verso direzioni diverse. Il processo decisionale non è una scala semplice, lineare, ma una sorta di iperscala, dove ogni gradino porta ad altri gradini che stanno sì sullo stesso piano, ma aprono verso direzioni diverse. Ci sono bivi, trivi, quadrivi. E se è vero che, come dice la saggezza popolare brasiliana, "il cammino si apre camminando", è pure vero che il cammino si può "chiudere" camminando: la scelta a un bivio condiziona la direzione del cammino che, via via, limita le scelte future e finisce col rendere obbligatorie certe direzioni (è quello a cui drammaticamente assistiamo oggi per quanto concerne le scelte/decisioni politiche ed economiche che caratterizzano quel fenomeno chiamato progresso, o sviluppo).

Se vogliamo arrivare in un posto tutti assieme, dobbiamo fare attenzione a prendere la strada giusta tutti assieme, e i bivi sono i "passaggi obbligatori" (che qui chiamo anche "passaggi chiave"). Ecco perché è tanto importante la facilitazione: la sua funzione - centrata sul processo - è di aiutare ogni partecipante a capire dove si trova il gruppo in un dato momento e quindi a imboccare tutti assieme la strada che sembra migliore (scelta dal gruppo, non da chi facilita). Alla fine (che poi non è mai la fine, bensì l'inizio di altro) raggiunto il luogo ambito, cosa saremo diventati? Se è vero che il successo non è tanto legato al raggiungimento degli obiettivi che ci si prefigge, ma a ciò che si diventa una volta raggiunti (o meno) quegli obiettivi, il "cosa diventiamo" sembra essere essenzialmente legato al modo in cui abbiamo camminato, più che alla strada che abbiamo intrapreso e percorso (sulla cui scelta incidono per altro così tanti fattori, e sempre ciò che chiamiamo fortuna, sorte, destino…).


Verifica (e costruzione) del consenso.
Durante una riunione, qualunque sia la procedura attuata (tecnicamente il mc si può attuare in tanti modi, in continua evoluzione), arriva sempre un momento in cui serve verificare il consenso (su una proposta, o su opinioni ritenute importanti dal gruppo).

Tale verifica precede sempre, di un tempo più o meno lungo, quella che alla fine, inevitabilmente, sarà una decisione; decisione che potrà assumere in toto o in parte quella proposta, oppure che ne assumerà una completamente diversa, o che non assumerà nel merito alcuna proposta decidendo di rimandare la decisione su quella particolare questione.

Il tempo che verrà impiegato per arrivare alla decisione dipende ovviamente da diversi fattori, e alla fine, su ogni decisione, potremo avere solo l'accordo o il consenso. Rimarco questa importante differenza di linguaggio che corrisponde a situazioni sostanzialmente diverse: un conto è l'accordo pieno di tutti su una determinata proposta (quella che qui chiamo unanimità), un conto è il consenso, che abbiamo visto implica sempre una misura di non accordo/disaccordo. Fare finta di essere tutti (pienamente) d'accordo quando invece si tratta di consenso, a mio avviso sminuisce il potenziale di fiducia e creatività che il consenso implica e promuove per il fatto stesso di puntare a far convivere dinamicamente le differenze. L'accordo (nella nostra cultura) tende purtroppo ad appiattire le differenze al fine di spegnere il conflitto che l'incontro/scontro delle differenze naturalmente comporta. Peccato che così si spenga anche quel processo vitale che anima l'esistenza, col conseguente aumento di violenza e sofferenza. (nota31)

Inoltre credo sia necessario rendersi conto (sviluppando la relativa sensibilità riunione dopo riunione) che in un qualsiasi incontro, anche il più banale, i "passaggi obbligatori" che implicano delle decisioni avvengono un gran numero di volte per una gran varietà di questioni (il momento in cui iniziare e terminare le riunioni, fare una pausa, stabilire certe funzioni e incarichi e poi affidarli, usare o meno certi strumenti, stabilire quando e dove rivedersi, ecc). Il fatto che spesso e volentieri (specialmente in alcune circostanze e rispetto a certe questioni, che vedremo meglio in seguito) la verifica non venga effettuata, sta a indicare semplicemente che il gruppo assume decisioni in modo inconsapevole - con tutte le conseguenze e i rischi che ciò comporta. Anche aspetti apparentemente banali come il sedersi attorno a un tavolo, oppure sedersi a schiera di fronte al tavolo della presidenza, oppure sedersi in cerchio senza nulla al centro, o il riunirsi nella solita stanza/ambiente, implicano per forza di cose una decisione del gruppo. (nota32)

In definitiva la verifica del consenso (o dell'accordo) va effettuata ogni volta che c'è un passaggio decisionale. In una serie di casi la verifica sarà necessariamente rapida e servirà al gruppo soprattutto per rafforzare la consapevolezza di "essere un gruppo che dà vita e un processo" (in pratica basta che qualcuno dica "dunque stiamo decidendo questo?…"). In altre occasioni richiederà più tempo e dovrà essere ripetuta tante volte finché non si arriva a una formulazione delle idee o delle proposte accettata (liberamente, creativamente, responsabilmente) da tutti i partecipanti. Questa è precisamente la sostanza del processo decisionale, il quale dipende molto dal metodo di lavoro che in sede di riunione il gruppo attua.(nota33)

La verifica del consenso rappresenta dunque un momento cruciale nel processo di co-costruzione del consenso, e pertanto deve essere gestita accuratamente (un po' alla volta vedremo gli errori più frequenti). Tecnicamente trovo utile ricordare tre punti: quando si sta per decidere qualcosa, chi facilita (ma può essere chiunque del gruppo in quel momento sia "sveglio")(nota34) deve:

a) mettere a fuoco il contenuto della decisione con una formulazione sufficientemente chiara (se necessario scrivendo su apposito supporto in modo che tutti possano leggere) (nota35) ;

b) quindi chiedere se la formulazione della proposta è accettabile, oppure se ci sono perplessità, miglioramenti, problemi, obiezioni;

c) infine osservare e ascoltare in vigile e fiducioso silenzio la risposta del gruppo, e poi procedere a seconda dei casi (tra breve entreremo nel dettaglio dei diversi casi).

Durante la verifica vanno evitate espressioni del tipo "c'è consenso?", oppure "siete tutti d'accordo?", perché non incoraggiano l'emersione dei dubbi e di opinioni divergenti (se è vero che la diversità è ricchezza…), specie se ci sono persone intimidite dal forte supporto del grosso dei partecipanti (o di qualcuno in particolare) alla proposta.

In realtà questo dare la parola, questo "provocare", spaventa parecchio. Non di rado nei canonici attimi di silenzio che formalizzano e danno spessore alla verifica del consenso, i membri del gruppo (e chi facilita) tremano, e mentalmente pregano che nessuno parli. Questo però prima o poi porta a verifiche deboli, se non addirittura a pseudoverifiche, che vuol dire un consenso debole o addirittura falso.

Questo tipico atteggiamento è causato dalla paura del conflitto e del disagio emotivo che esso implica; paura che, se si dà spazio, si parli e straparli senza arrivare da nessuna parte. Tali preoccupazioni, certamente giustificate poiché fondate su un gran numero di esperienze negative (ci si passa e ripassa tutti e probabilmente nessuno è senza peccato), credo siano molto legate al non sapere cosa fare nei casi di esistenza e persistenza del disaccordo e delle tensioni emotive che spesso ne derivano.

Certo, dare la parola a chi non la sa usare, a chi non si rende conto del suo enorme potere, è davvero rischioso. Ma gestire questo rischio ammutolendo gli altri (e se stessi) è come impedire a un bambino di imparare a camminare da solo per il timore che cadendo si faccia male. Se si prende un minimo di dimestichezza con certi fenomeni e s'impara a maneggiarli un po', si possono sciogliere frequenti situazioni difficili e defatiganti. Del resto ogni riunione è sempre, implicitamente (in positivo o in negativo) una potente esperienza formativa - e scoprirlo può cambiare il modo di stare nei gruppi.

In pratica la verifica del consenso, anche se articolata in pochissime domande chiave, può essere (e va) gestita con modalità assai diverse da caso a caso (principalmente in rapporto alla tipologia del gruppo, alla fase del processo decisionale in cui si è, e al tipo di decisione). Queste modalità sono parte integrante del metodo di lavoro: vediamo di che si tratta (e)semplificando tramite scenari e problemi verosimili.

Il metodo di lavoro: c'è, ma non si vede!
Quando si attua la verifica del consenso possono manifestarsi una serie di situazioni che, in linea di massima, si possono raggruppare in tre categorie (cosa che può agevolarne la gestione):

a) c'è il consenso, o addirittura l'accordo pieno;

b) ci sono perplessità che richiedono il dare o ricevere altre informazioni, oppure si vogliono presentare altre idee e proposte per una più ampia valutazione;

c) ci sono obiezioni, cioè forme significative di disaccordo.

Tutte queste situazioni sono assolutamente naturali, e, in qualche "modo", ogni gruppo per forza di cose le attraversa, sempre e ogni volta, ad ogni incontro. Quel "modo" conviene a mio avviso chiamarlo metodo, anche (e soprattutto) quando il gruppo non sa che modo/metodo usa. Abbiamo infatti visto che è impossibile non avere un metodo di lavoro, esattamente così come è impossibile non comunicare: si tratta di vedere (consapevolezza) quello che già si fa seguendo regole che non si sa di seguire.

Il metodo di lavoro più diffuso, nella sua forma più banale e purtroppo meno efficace, è conosciuto col nome di "sedersi attorno a un tavolo e discutere" (nota36) . Il metodo dei professionisti si chiama invece "problem solving", che non è altro che la codificazione della serie di passaggi obbligatori (diversamente definiti a seconda degli approcci), durante il processo (che accade sia che ci si assetti attorno a un tavolo oppure no) che va dall'individuazione del problema alla sua trasformazione/risoluzione, nei quali vengono impiegate particolari tecniche di analisi, confronto e decisione (diverse a seconda degli approcci). A titolo di esempio, nella scheda 2 in appendice, riporto in sintesi l'approccio a cui io principalmente mi ispiro, ma solo per mostrare quanto il problem solving sia in realtà universalmente, implicitamente attuato da gruppi (e individui) di ogni genere quando hanno a che fare con una delle cose più naturali a questo mondo: problemi. Chi vuole approfondire trova lì le opportune note bibliografiche.


La gestione del rapporto tra maggioranze e minoranze. (nota37)
Durante il processo decisionale è naturale giungere, prima o poi, alla formazione di maggioranze (M.) e minoranze (m.) attorno a delle opinioni che, prima o poi, prenderanno la forma di proposte. Tali proposte rappresentano la preziosa materia prima da cui partire, o meglio, proseguire, nel processo di costruzione del consenso.(nota38)

Se c'è una M. c'è sicuramente una m., e, prima o poi, verrà il momento in cui il confronto tra queste parti dovrà chiudersi e risolversi in una decisione. Perciò, quando le parti durante la discussione cominciano a definire abbastanza chiaramente le rispettive idee, è necessario sapere cosa fare per gestire questa delicata dinamica che tende ad essere naturalmente conflittuale (almeno nella nostra cultura).(nota39) Il "cosa fare" corrisponde precisamente al metodo di lavoro, e la sua conoscenza, in quanto parte fondamentale del mc (come di qualsiasi altro metodo), dovrebbe essere abbastanza condivisa (cioè conosciuta e ri-conosciuta) almeno dalla gran parte dei membri di un gruppo.

Vediamo nel dettaglio la dinamica di questo rapporto e cosa si potrebbe fare per gestirlo in modo coerente alle premesse che fondano il mc. Ricaliamoci nello scenario costruito nelle pagine precedenti e proseguiamo l'immaginaria riunione (si tratta di un gruppo stabile di una quindicina di persone - per un assemblea a cadenza annuale, con cinquanta o cento persone che tra loro si conoscono poco o per nulla e/o solo in parte, il discorso sarebbe simile e al tempo stesso assai diverso). Ora, sotto i nostri occhi (scritta per esempio su cartellone, o meglio ancora su di una parete tramite l'uso del video proiettore) abbiamo la formulazione di una proposta che sembra aggregare il consenso di una buona parte del gruppo. Siamo ancora nelle fasi iniziali del confronto e dunque la formulazione dovrà essere sì sufficientemente precisa, ma senza pretese di perfezione: il suo aggiustamento verrà appunto con i prossimi passi.

A questo punto, tramite adeguati strumenti (potrebbe essere uno schieramento, o l'uso di cartellini colorati, o altro), chi facilita sonda in modo più esplicito e visibile l'orientamento di tutti i partecipanti. Emerge così che, dei quindici presenti, dodici sono nell'area del consenso, mentre tre ne restano fuori (cioè, con la loro posizione, dicono al gruppo che il loro disaccordo richiede un ulteriore confronto). (nota40)

A questo punto si potrebbe allora chiedere alla m. (per m. intendo sia una persona sia un insieme di persone più o meno in disaccordo con la proposta della M.), di "assumersi la responsabilità" di far cambiare opinione alla M. che si è formata. Per esempio si potrebbe invitare la m. a precisare quali effetti concretamente dannosi (per loro, come m. e/o per il gruppo nel suo insieme) vengono rilevati, o si prevedono, qualora venisse presa quella decisione, o, in altri termini, quali bisogni resterebbero insoddisfatti, e di chi.

Prima di rispondere a questa domanda però, si potrebbe chiedere alla m. di riassumere la sostanza della proposta della M. Questo serve a verificare l'effettiva comprensione della proposta della M., nonché a rafforzare il processo in termini di ascolto, riconoscimento reciproco e fiducia. Dopo che la m. ha mostrato di aver ascoltato e capito (ed è la M che dovrà confermare ciò), potrà portare le sue ragioni. (nota41)

Dopo che la m. ha portato le sue ragioni, bisogna verificare cosa è accaduto nella M., per esempio chiedendo se qualcuno ora vede le cose diversamente da prima, e/o riconosce in qualche misura le ragioni, interessi, bisogni della m.. (Prima che la M risponda andrebbe applicata la tecnica del rispecchiamento, e ciò è indispensabile se prima è stato richiesto alla m.). L'intervento della m. può avere avuto diversi effetti sulla M.: si potrebbero registrare alcuni cambiamenti di opinione e quindi posizioni meno allineate, ovvero più stratificate - e dunque la m., aumentando la sua forza, sarebbe meno minoranza. Le M. infatti non vanno viste come dei monoliti, ma piuttosto come masse fluide in movimento che possono al loro interno avere posizioni differenziate, vicine e al contempo lontane a quelle delle m.. Naturalmente potrebbero non esserci cambiamenti significativi nella M., e anzi addirittura un rafforzamento/allontanamento dei punti di vista. Qualora invece vi fossero dei cambiamenti di opinione della M., questi devono subito tradursi in una modifica della formulazione originaria della proposta, che mostri nel concreto il cambiamento avvenuto. La nuova proposta, allora, ben leggibile sotto gli occhi di tutti, diventa ancora una volta la materia prima per verificare e costruire il consenso.

In queste situazioni, che sono la norma, il gruppo (e soprattutto il facilitatore quando c'è) deve capire di volta in volta come andare avanti (il cammino si apre camminando). Potrebbe essere necessario investire altro tempo alla ricerca di una soluzione migliore e più condivisa, altrimenti il consenso che si andrebbe a formare potrebbe essere troppo debole - ma questo ovviamente non sempre è possibile. In genere da qui si esce o trovando una formulazione sovraordinata (che riesce cioè a tenere insieme le diverse esigenze, o comunque in qualche modo a soddisfare le diverse parti), oppure lasciando in sospeso la decisione (in questi casi è molto importante definire il percorso che porterà ad affrontare di nuovo quel problema). In quest'ultimo caso, se il processo è stato ben gestito, alla frustrazione del "decidere di non decidere" si affianca un sentimento di unità e fiducia dovuto alla maggiore comprensione della situazione generale e del problema particolare, il che rappresenta una forza positiva che inevitabilmente si riverserà negli incontri futuri. (nota42)

Ma proseguiamo con la nostra riunione e vediamo quali verosimili scenari ci attendono. Immaginiamo che dopo l'intervento della m. non siano avvenuti cambiamenti significativi nella M.: in questo caso la parola deve necessariamente tornare alla m., andando a verificare gli effetti su di essa degli interventi della M. (la quale, dopo aver mostrato di aver ascoltato e capito le ragioni della m, avrà motivato con altre e più approfondite argomentazioni - in questo aiutata da chi facilita con opportune domande - il perché della sua determinazione). Infatti potrebbero esservi stati cambiamenti nella m. (anche le minoranze al loro interno non sono monolitiche), che ora potrebbe essere più convinta delle ragioni della M, o più rassicurata; oppure no e restare ancorata alle sue convinzioni. Le situazioni, come sopra, possono essere diverse e bisogna capire come procedere.

Nei casi in cui, dopo aver discusso il tempo prestabilito con modalità adeguate alle circostanze (cioè con un metodo di lavoro che abbia aiutato ad approfondire in un clima di rispetto e ascolto le diversità di pensiero e di sentimento, e abbia favorito la ricerca di soluzioni creative), il disaccordo persiste e però la M. è intenzionata a dare forma di decisione alla proposta discussa, si aprono tre possibilità (col presente approccio al mc):

a) la m. conferma le ragioni del suo disaccordo verso la proposta su cui insiste la M., però, considerato lo specifico contesto spazio-temporale e sociale (che si è venuto a creare anche e soprattutto grazie al metodo di lavoro utilizzato), accetta senza riserve la decisione finale (e questo, va ricordato bene, significa assumersi lealmente tutti gli oneri della decisione e gli impegni che ne derivano);

b) la m. conferma le ragioni del suo disaccordo verso la proposta su cui insiste la M., però, considerato lo specifico contesto, accetta a determinate condizioni la decisione finale (per esempio dichiarando il non sostegno, o non partecipazione, o non collaborazione riguardo gli impegni che tale decisione comporta - il che configurerebbe lo "stare da parte" -, oppure chiedendo la decadenza automatica della decisione dopo un certo periodo, al fine di poterci ritornare, ecc);

c) la m. conferma le ragioni del suo disaccordo, e, nello specifico contesto, avvertita la gravità della situazione, nonché il venir meno della fiducia nel gruppo e nel progetto comune, prende le distanze dal gruppo riservandosi di decidere autonomamente cosa fare.

Nel caso 'a', il consenso è stato evidentemente costruito.

Nel caso 'b', la M. deve ancora dire se accetta le condizioni poste dalla m.: solo allora il consenso è fattivamente costruito. Qualora ciò non avvenisse si prosegue brevemente nel confronto fino ad approdare al caso 'a', oppure 'b' in positivo (la M. alla fine accetta le condizioni poste dalla m.), oppure 'c'.

Nel caso 'c', la situazione potrebbe facilmente evolvere verso una separazione o scissione del gruppo. Da notare che questo caso è altamente improbabile che si verifichi se il metodo di lavoro attuato è stato veramente informato a criteri di lealtà, rispetto e creatività, poiché "la fiducia" è alimentata soprattutto dalle forme contestuali della comunicazione, e come si sa, quando la fiducia è alta, anche disaccordi profondi possono essere inclusi nel consenso finale.

La dinamica sin qui descritta non è nella realtà così nitida e lineare nel suo sviluppo. Il processo decisionale è un sentiero sempre sconosciuto e dal percorso aggrovigliato, dove sarà spesso necessario tornare sui propri passi e tentare ai bivi altre strade, peraltro divenute visibili solo ora proprio in virtù del cammino svolto.

L'adozione del mc implica, impone e sostiene lo sviluppo della sensibilità ai cosiddetti passaggi chiave (decisioni implicite su cui verificare il consenso) e alle fasi del processo (come sono riportate nel capitolo "il mc: una visione d'insieme" e nella scheda "il problem solving"), nonché della capacità di innescare quei passaggi quando durante la discussione ci si avvicina alle loro soglie. Infatti, come abbiamo visto, tali passaggi vengono normalmente saltati, oppure avvengono in modo disordinato e incomprensibile, e si tratta dunque, più che altro, di agevolarli aiutando il gruppo ad essere consapevole di dove si trova, catalizzando così il processo verso il consenso (catalizzare non significa forzare), che in sostanza vuol dire favorire l'emersione della decisione migliore per quel gruppo in quel contesto.

 


___________________________________________________

NOTE



Nota 30: In pratica il nostro gruppo ha preso consapevolmente una serie di decisioni, più importanti di quanto comunemente si pensa, e non deve ogni volta tornarci. Da notare che una determinata disposizione spaziale dei membri durante le riunioni, così come l’allestimento dell’ambiente che li ospita, l’uso (o il non uso!) di strumenti di lavoro di gruppo (lavagna, video proiettore, ecc), l’impiego (o meno) di certe funzioni come il segretario, il presidente o coordinatore della riunione, il facilitatore, ecc, sono di fatto sempre presenti in un gruppo orientato all’azione, sempre, e ciò significa che sono “in qualche modo” oggetto di decisione. In quale modo? Con quale consapevolezza? L’importanza di tali decisioni ai fini della gestione del potere, apparentemente scontate e banali, si manifesta a volte in maniera eclatante solo quando qualcuno le mette in discussione. [ torna_su ]


Nota 31: Col mc si punta a contrastare il fenomeno del groupthink (vedi note precedenti), ma bisogna ricordarselo bene perché purtroppo, nella nostra cultura, le premesse del mc vengono facilmente travisate e va a finire che invece si alimenta quel fenomeno. Per questa ragione ho recentemente iniziato a porre particolare attenzione a queste sfumature di linguaggio: in pratica quando verifico il consenso chiedo al gruppo se si tratta di consenso o accordo (nel senso di accordo pieno). Questo può prendere un po’ di tempo, ma ha effetti positivi poiché accresce la comprensione del processo decisionale e la competenza dei membri del gruppo..
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Nota 32: L’importanza di questi elementi “strutturanti” il contesto, o setting, dati normalmente per scontati, emerge quando qualcuno li mette in discussione proponendo delle alternative: lì si possono capire alcune cose importanti sul modo di gestire il potere in quel gruppo e forse anche sulle ragioni di annosi problemi. .
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Nota 33: Il metodo decisionale, dunque, non coincide col metodo di lavoro usato durante la riunione (come abbiamo visto il metodo decisionale si estende al prima e al dopo riunione). Nel mc il metodo di lavoro, che rappresenta certamente la parte principale e più difficile da gestire, è costituito da un ampio repertorio di pratiche, peraltro in continua evoluzione, che rappresentano e caratterizzano ciò che si chiama facilitazione.
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Nota 34: È responsabilità di ciascun membro. Se chi facilita non interviene, ha diritto (potere) di farlo qualsiasi altro membro del gruppo, magari richiamando opportunamente l’attenzione del facilitatore. Chi facilita è naturalmente soggetto ad errori e disattenzioni – soprattutto se è interno al gruppo - e perciò deve essere aiutato dal gruppo stesso per poter aiutare il gruppo.
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Nota 35: La formulazione della decisione deve essere a tutti ben chiara, visibile, tangibile: in mancanza di ciò i rischi di confusione e successive complicazioni e conflitti sono alti. Vedremo che lo scrivere seduta stante le formulazioni e i passaggi chiave è uno strumento assolutamente indispensabile nei processi decisionali partecipativi, tanto che la sua assenza è a mio giudizio un indicatore sicuro della non applicazione del metodo da parte di chi pensa di usarlo.
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Nota 36: Personalmente sono arrivato a considerarlo così negativo (nel nostro contesto culturale) da aver coniato la seguente regola: se vuoi prendere buone decisioni, non sederti a discutere (soprattutto attorno a un tavolo)!
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Nota 37: Per capire meglio questo paragrafo suggerisco di leggere mettendosi nei panni di chi facilita una riunione (ciò costituisce per altro un ottimo esercizio). Inoltre si tenga presente che quando compare il verbo “dovere” esso va inteso sempre in senso pragmatico, cioè rispetto agli effetti – che possiamo ipotizzare e/o osservare - sul processo decisionale, e mai in senso moralistico o dogmatico. Infine ricordo che le modalità e le tecniche presentate, tratte dalla mia concreta esperienza, sono necessariamente semplificate e hanno intento essenzialmente esplicativo.
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Nota 38: Con “proposta” intendo qualsiasi tipo di formulazione su cui un gruppo si confronta per decidere: può essere la definizione dei termini di un problema (qual è il problema?), o di una serie di premesse su cui fondare determinate scelte di percorso o di contenuto, l’affidamento di incarichi e ruoli, ecc.
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Nota 39: Per conflitto intendo uno stato della relazione tra le parti coinvolte caratterizzato dalla presenza di questioni o problemi (qualcosa su cui le parti si trovano in disaccordo a causa di opinioni, interessi, bisogni differenti) cui si associa un certo disagio o tensione emotiva (emozioni, sentimenti, sensazioni spiacevoli). L’aspetto veramente difficile - e cruciale - nella gestione creativa dei conflitti è dato secondo me dalla gestione costruttiva del disagio.
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Nota 40: Già solo questo passaggio richiederebbe ben altro spazio per illustrare l’insieme di variabili da tenere in considerazione per la scelta e la gestione degli strumenti. Non può essere questa la sede per tale presentazione e perciò rimando ai testi segnalati.
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Nota 41: La tecnica è chiamata “rispecchiamento” ed è indispensabile nei momenti di tensione. Quando si dice che la minoranza dovrebbe riassumere il pensiero della maggioranza, in pratica si intende che qualcuno della minoranza (se quest’ultima non è costituita da una sola persona), prima di esprimere la sua opinione dovrebbe mostrare di aver capito per lo meno il pensiero (della maggioranza) col quale ritiene di trovarsi in disaccordo (non è raro vedere litigare due persone che sono sostanzialmente d’accordo), indicando la persona o le persone (della maggioranza) a cui attribuisce quel pensiero, poiché saranno queste ultime a dover confermare la effettiva comprensione del loro pensiero da parte di chi lo vuole in qualche misura confutare. Per esempio se tu non sei d’accordo con me, conviene, prima di esprimere le sacre ragioni del tuo disaccordo, verificare almeno un po’ con “cosa” non sei d’accordo, poiché quello che hai capito potrebbe essere un’invenzione della tua mente. La psicologia, e un po’ di onesta autoosservazione, dimostra che tale fenomeno è la regola e non l’eccezione: noi parliamo ma di norma non ci capiamo (in prima battuta), crediamo di capirci o di non capirci, ma appunto è solo una credenza. Perciò questa particolare procedura (che tecnicamente può essere attuata in tanti modi) rappresenta il cuore della facilitazione.
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Nota 42: Il processo sin qui descritto è conosciuto col nome di negoziazione. Di fatto ogni processo decisionale è un processo negoziale. Come dicono Fisher e Ury nell’introduzione al loro famoso testo “L’arte del negoziato” (ed. Mondadori), “Vi piaccia o no, siete un negoziatore. Il negoziato è un fatto della vita. … la gente negozia anche quando non ci pensa.” Per migliorare le capacità di comprendere (e quindi gestire) i processi decisionali partecipativi raccomando spesso la lettura di testi sulla negoziazione. Oltre a quello citato, a mio parere estremamente interessante per le premesse su cui si fonda, suggerisco quello di Rumiati e Pietroni, “Il negoziato” (ed. Cortina), che definirebbero il mc un “approccio integrativo alla negoziazione”.
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INDICE

INTRODUZIONE
Buona lettura!… (ma perché leggere?) 2

1. Il METODO DEL CONSENSO: UN'IDEA DA APPROFONDIRE 3
Decisioni (azioni) di qualità. 5
Condizioni necessarie all'adozione e all'applicazione del mc. 6

2. PROBLEMI DI LINGUA, PROBLEMI D'INTESA 7
Glossario minimo. 8

3. IL METODO DEL CONSENSO: UNA VISIONE D'INSIEME 15

4. CONSENSO E VOTO: COMPATIBILITÀ LIMITATA 17
Due metodi, due strade. 19
Il voto consapevole: uno strumento per usare meglio il metodo della maggioranza - e il metodo del consenso. 20

5. LA GESTIONE DEL PROCESSO DECISIONALE 21
Passaggi obbligatori. 21
Un errore tipico. 21
Il processo decisionale è come… 22
La verifica (e costruzione) del consenso. 23
Il metodo di lavoro: c'è, ma non si vede! 25
La gestione del rapporto tra maggioranze e minoranze. 26

6. LA FACILITAZIONE 29
Facilitazione senza facilitatori. 29
Panoramica. 30
In pratica. 31

SCHEDA 1 - La discussione è una guerra! 32

SCHEDA 2 - Il Problem Solving. 33

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