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IL METODO DEL CONSENSO
Un contributo alla comprensione e alla gestione dei
processi decisionali partecipativi.
di Roberto
Tecchio
* * * * * *
2. PROBLEMI DI LINGUA, PROBLEMI
D'INTESA
"Un padre, chirurgo molto impegnato, finalmente
trova il tempo per un'escursione in montagna col figlio.
Durante il viaggio di ritorno accade purtroppo un
incidente d'auto gravissimo: il padre muore sul colpo,
e il figlio, gravemente ferito, viene portato in ospedale
per essere operato d'urgenza. Quando il chirurgo entra
in sala operatoria e vede il giovane, esclama: "mio
Dio, è mio figlio!".
Chi ascolta questa tragica
storiella prova alla fine un senso di disorientamento,
come se ci fosse qualcosa che non quadra. In genere
si crea un momentaneo blocco mentale: si rilegge o
si riascolta la storiella, la si ripassa mentalmente
alla ricerca di dettagli che spieghino lo strano e
impossibile finale, intuendo (soprattutto dal tono
di chi racconta la storiella) che ci deve essere una
soluzione logica, col forte sospetto che da qualche
parte ci sia il solito trucco. Col passar del tempo
si producono risposte fantasiose, che però
incontrano puntualmente il convincente no del narratore.
No, nessun trucco. È una storia che potrebbe
benissimo essere vera.
Se si ha la sufficiente capacità e motivazione
a restare nel lieve disagio che la situazione procura,
in genere dopo poco emerge la risposta giusta, la
quale, nel momento in cui come una piccola illuminazione
si presenta alla mente del pensatore, schiarisce con
lieta sorpresa ogni dubbio. La risposta era così
ovvia, semplice, naturale: al mondo c'era un solo
altro essere umano che, oltre al padre, poteva in
quella situazione dire "è mio figlio"
la madre!
Ci si potrebbe ora domandare: perché una soluzione
così ovvia e tanto naturale non viene subito
in mente? Dove sta il blocco, seppur momentaneo, che
a volte provoca addirittura un lieve disagio? Quali
sono le cause di quel blocco, e quali sono i suoi
effetti? Se fossimo in un laboratorio di apprendimento
si potrebbe aprire una riflessione attorno a quelle
domande, ma non è questa la sede. D'altra parte
credo sia un esempio efficace per richiamare l'importanza
fondamentale che il linguaggio riveste nella formazione
delle nostre mappe mentali, mappe che ci guidano nella
gestione quotidiana delle relazioni interpersonali
e dei problemi e conflitti che con gli altri ci troviamo
ad affrontare. In particolare quelle mappe sono responsabili
della formazione dei nostri problemi, i quali sono
letteralmente prodotti dal nostro modo di vedere le
cose, gli altri, noi stessi. Come dicono Fisher e
Ury "il punto di vista dell'altro è
il problema" - e ovviamente gli altri siamo
noi.
Tutto questo discorso serve ad avvisare e ricordare
che capire il mc non è affatto facile. Come
dicono Butler e Rothstein nella loro citata premessa:
"Non è ragionevole aspettarsi che le
persone abbiano familiarità con questo processo
(il mc). In generale, la soluzione cooperativa nonviolenta
dei conflitti non esiste nella società dell'America
del Nord. Queste capacità devono essere quindi
sviluppate in un ambiente la cui caratteristica principale
è la competitività."
Del resto tale difficoltà è secondo
me assolutamente naturale e la sfida del tutto simile
a quella insita nelle nuove forme organizzative a
rete (alle quali peraltro il mc sembra calzare perfettamente):
s'incontrano parecchi problemi e, nel cercare di risolverli,
si corre il rischio di ricorrere a vecchi modelli
organizzativi di decisione e azione che pure si desidera
sinceramente superare. Gli automatismi mentali e culturali
sono sempre là, ben radicati nelle nostre mentalità
e culture (e perciò nascosti alla consapevolezza),
pronti a entrare in gioco quando si perde l'attenzione
e soprattutto quando gli eventi mettono sotto pressione.
Inoltre il linguaggio elementare normalmente
adoperato in rapporto alla descrizione e gestione
del processo decisionale, e i contesti abituali
che caratterizzano il modo d'incontrarsi e comunicare
sono dei potenti attivatori di quegli automatismi.(nota12)
Nel nostro caso alcuni problemi si possono certamente
ridurre raffinando il linguaggio (le mappe) che adoperiamo,
cioè spiegando meglio cosa vogliamo intendere
con certe parole. L'operazione è quanto mai
necessaria visto l'uso assai differenziato che si
fa di termini come consenso e dissenso, accordo, disaccordo,
unanimità, veto, blocco decisionale, obiezione,
ecc.
Un gruppo che intende applicare in maniera efficace
il mc ha la necessità di costruirsi un bagaglio
di conoscenze condivise e un linguaggio comune di
base (ma questo vale per qualsiasi metodo). È
importante notare che ogni gruppo ha già un
simile bagaglio, a volte assai ricco e sviluppato,
legato alla specificità della materia che tratta
(per esempio il commercio equo e solidale, o la finanza
etica, il disarmo, i diritti umani, ecc); quello di
cui invece è generalmente carente è
il linguaggio (e la conoscenza) del funzionamento
delle relazioni umane e dei relativi processi.(nota13)
Quanto segue è una riflessione che mira ad
allargare e approfondire il bagaglio terminologico
che si adopera quando si vuole applicare il mc - che
per altro torna utile in qualsiasi contesto di lavoro
di gruppo e a prescindere dal tipo di metodo decisionale.
Tutto sommato si tratta di poche parole, una sorta
di glossario minimo, che possono essere delle "chiavi"
per entrare bene in (o uscire da) situazioni difficili.
Un gruppo-sistema che intende praticare il mc dovrebbe
dedicare di tanto in tanto (io lo ritengo essenziale)
uno spazio adeguato a tale riflessione, soprattutto
quando entrano persone nuove al suo interno.
Glossario minimo.
Accordo e
Disaccordo. Questi termini di norma si riferiscono
al piano dei contenuti di una decisione, cioè
le proposte e le relative argomentazioni che le sostengono
o le criticano. Se tracciamo una linea su un foglio
e poniamo agli estremi i due termini suddetti, avremmo
un continuum che va dall'Accordo Pieno al Disaccordo
Pieno.
Piano dei contenuti
|
/-----------------------------/------------------------------------/------------------------------/
|
| Accordo pieno |
parziale
accordo
|
parziale
disaccordo
|
Disaccordo
pieno
|
Lungo il continuum di questa linea abbiamo una gradazione
dell'accordo/disaccordo che ci permette di fare alcune
importanti distinzioni di significato:
Accordo pieno: è il massimo dell'accettazione
di un'opinione o di una proposta, e quando tutti i
partecipanti lo esprimono ci troviamo in pratica di
fronte all'Unanimità;
Accordo parziale: vuol dire che si accettano
pienamente solo alcune parti di un'opinione o di una
proposta, e meno o per nulla altre parti; oppure può
voler dire che non si è pienamente convinti
di una proposta nel suo insieme;
Disaccordo parziale: è come l'accordo
parziale, ma più spostato verso il polo del
disaccordo, quindi esprime una posizione di maggiore
dubbio e critica;
Disaccordo pieno: è esattamente l'opposto
dell'accordo pieno: i dubbi sono forti, anzi si può
essere convinti del contrario.
Quando si raggiunge presto e facilmente
un buon accordo, va tutto bene. I problemi sorgono quando
il tempo passa e le divergenze non si sciolgono, anzi,
si rafforzano. E ciò accade normalmente, inevitabilmente,
in tutti i gruppi, anche i più solidi e con forti
affinità. È qui che il mc, se ben conosciuto
e applicato, dà quella marcia in più per
andare avanti costruttivamente, creativamente, efficacemente.
E allora, come essere in disaccordo e al tempo stesso
trovare un buon accordo? Questa apparente contraddizione
è risolvibile solo se si mantiene il disaccordo
sul piano dei contenuti e si sposta l'accordo sul piano
relazionale e processuale, come vedremo tra breve.
A questo punto introduciamo
il nostro concetto chiave: il consenso. Se non usiamo
questo termine come sinonimo di accordo - cosa che
avviene nel linguaggio corrente e che qui invece è
assolutamente da evitare, altrimenti non si capisce
più nulla - possiamo cogliere col linguaggio
(e dunque con la consapevolezza) fondamentali aspetti
della comunicazione umana, che stanno alla base dei
processi decisionali e della gestione nonviolenta
dei conflitti. Si tratta della distinzione tra i contenuti,
cioè le idee, opinioni, punti di vista che
alla fine si aggregano in forma di proposte, e la
relazione, cioè il particolare rapporto tra
i membri di un gruppo, specialmente per quanto concerne
il grado di fiducia e di rispetto tra questi, e di
ciascuno verso il progetto comune.
Il grado di fiducia (o sfiducia) possiamo rappresentarlo
su un foglio tracciando la solita linea e ponendo
agli estremi i due termini: abbiamo così un
continuum che va dalla fiducia piena alla sfiducia
piena.
Piano della
relazione in termini di fiducia
|
/-----------------------------/------------------------------------/------------------------------/
|
| Fiducia piena |
parziale
fiducia
|
parziale
sfiducia
|
Sfiducia
piena
|
Se ora incrociamo la linea dell'accordo/disaccordo
con quella della fiducia/sfiducia otteniamo un interessante
diagramma che forse aiuta a capire meglio tutto il
discorso.
DIAGRAMMA ACCORDO/FIDUCIA
fiducia
A
I B
I
I
I
I
I
I
I
disaccordo ------------------------- --------------------------
accordo
I
I
I
I
I
I
I
D
I C
sfiducia
Nel quadrante A abbiamo
un grado crescente di disaccordo che si associa a
un grado crescente di fiducia: siamo propriamente
nell'area del consenso, che appunto implica sempre
un certo grado di non accordo, altrimenti sarebbe
accordo pieno. In quest'area entrano con le maggiori
possibilità di successo tutte le pratiche di
facilitazione dei processi decisionali e di mediazione
dei conflitti.
Nel quadrante B abbiamo un grado crescente
di accordo che si associa a un grado crescente di
fiducia: siamo nell'area dell'accordo pieno, dell'unanimità
perfetta - qualcosa che dipende molto più dalla
fortuna che dalla bravura, ma che pure viene guardato
con sospetto dalla psicologia. (nota14)
Nel quadrante C abbiamo un grado crescente
di accordo che però si associa a un grado crescente
di sfiducia: siamo qui nell'area degli "accordi
tecnici" (la politica offre una miriade di esempi
con i vari accordi di corrente, di coalizione, di
governo, che sovente finiscono presto e male). Va
però osservato che ripetuti "accordi tecnici"
che funzionano (cioè vengono rispettati fino
in fondo) tendono col tempo a sviluppare fiducia tra
le parti e quindi a trasformare il terreno arido della
relazione in uno più fertile. Anche in quest'area
vi sono buone possibilità di successo per la
facilitazione e la mediazione dei conflitti, pratiche
qui quasi indispensabili date le condizioni di elevata
e pervicace sfiducia. (nota15)
Nel quadrante D abbiamo un grado crescente
di disaccordo che si associa a un grado crescente
di sfiducia: siamo nell'area del dissenso distruttivo,
del conflitto cronico che ad ogni buona occasione
esplode in modo acuto, dove nessun accordo è
possibile e dove in genere la violenza imperversa
visibilmente. In questi casi per ridurre la violenza
e trasformare costruttivamente il conflitto, servono
strumenti speciali (la mediazione è tra questi,
ma da sola non basta, è necessario associare
forme di lotta nonviolenta, di riconciliazione, di
sostegno psicologico).
Le varie forme di accordo/disaccordo si giocano dunque
tutte sul piano dei contenuti, mentre il consenso/dissenso
include la relazione tra le persone che formano il
gruppo. Più precisamente il consenso esprime
il grado di fiducia contestuale (cioè in qualche
misura sempre dipendente dal contesto) esistente tra
i membri e verso il cammino comune che si è
scelto di prendere e di continuare a percorrere nonostante
le difficoltà interne/esterne del momento.
Si tratta di una fiducia nel processo che va necessariamente
oltre le singole persone con le quali si condivide
il cammino. Ecco perché è possibile,
come del resto l'esperienza quotidiana ci mostra in
tante occasioni di gestione amichevole di problemi
e conflitti, essere "d'accordo nel disaccordo":
si è contestualmente d'accordo sul piano relazionale
(fiducia in se stessi e negli altri) e processuale
(fiducia nel progetto o cammino comune, e più
in generale nella senso che si dà alla vita
e alla propria esistenza ) pur restando in disaccordo
sul piano del contenuto inerente la particolare questione.
Il consenso dunque implica che
vi sia una diversità di opinioni riguardo la
decisione che si sta prendendo, ovvero il consenso
implica sempre una qualche misura di non accordo o disaccordo,
altrimenti sarebbe unanimità perfetta, cioè
accordo pieno di tutti (evento non raro rispetto a situazioni
semplici, ma assai improbabile rispetto a questioni
complesse e molto articolate).
In effetti l'applicazione di metodi di lavoro orientati
al consenso, partendo da posizioni diverse e spesso
conflittuali, possono condurre alla fine del processo
a un alto grado di accordo, o addirittura all'unanimità.
Però non sempre è cosi, e porsi un simile
obiettivo (più o meno consapevolmente) rende
le cose più difficili e spesso anzi ostacola
il raggiungimento di valide forme di consenso. Riuscire
a costruire un buon consenso, laddove persistono forme
di disaccordo, è un risultato molto più
prezioso dell'ideale unanimità. D'altra parte
se l'unanimità è potenzialmente possibile,
il mc sembra essere il metodo migliore per favorire
il suo emergere. (nota16)
Da tutto ciò emerge
la seguente definizione di consenso.
In definitiva possiamo dire che il Consenso
si ha quando tra maggioranze e minoranze si sviluppa
una comunicazione che alla fine, pur permanendo forme
di disaccordo sui contenuti di una decisione, porta
il gruppo nel suo insieme ad accettare liberamente,
responsabilmente, creativamente quella decisione.
Sono quei tre avverbi a caratterizzare secondo me
la superiorità (e difficoltà) del mc,
perché l'accettazione (tanto da parte
della minoranza, quanto da parte della maggioranza),
nei metodi informali orientati al consenso, così
come in quelli basati sul voto, tende ad essere di
bassa qualità - il che corrisponde a un consenso
di bassa qualità. Infatti qui non chiamiamo
consenso quello che si ottiene mediante forme più
o meno subdole di coercizione fisica o psicologica
(dalla persuasione occulta al ricatto esplicito) e
quindi fondate sulla paura e sul dominio (potere "su",
invece che potere "con"); non chiamiamo
consenso quello che viene ammiccato o frettolosamente
sancito sapendo che poi, al dunque, ognuno fa come
gli pare senza assunzione di impegno e di responsabilità
verso gli altri (mancanza di lealtà); e non
possiamo chiamare consenso maturo quello che non ha
tentato le vie appassionanti e impervie della creatività.
L'accettazione del disaccordo (che spesso implica
una certa frustrazione) è favorita dall'ascolto
reciproco e dalla ricerca partecipata di soluzioni
creative. Una soluzione è partecipata e creativa
se il modo impiegato per cercarla è
partecipato e creativo. E se alla fine di un'incontro
le soluzioni non si trovano, cosa che capita non di
rado (e che potrebbe capitare anche se si fosse proceduto
alla perfezione, poiché il risultato finale
dipende da tutte le parti in gioco), il fatto di averci
provato in modo leale e creativo, appassionato e partecipato,
lascia comunque le persone soddisfatte e ottimiste
verso se stesse e il futuro: un vero e proprio capitale
sociale. (nota17)
Vediamo ora gli altri termini
importanti, che assieme ai precedenti saranno ripresi
ed esemplificati nei capitoli successivi.
Unanimità: come abbiamo visto, per unanimità
qui intendiamo l'accordo pieno, senza la presenza di
forme anche lievi di disaccordo. Anche quando c'è
solo una punta di perplessità e tuttavia, come
si suol dire, si è d'accordissimo, io tendo a
preferire la definizione di consenso piuttosto che quella
di accordo o unanimità, perché consente
di evidenziare la grande ricchezza di colori del processo
decisionale e delle decisioni, che altrimenti tendono
a sfumare nel bianco e nero (sì-no, pro e contro,
maggioranza e opposizione), con al massimo il grigio
del compromesso spartitorio. (nota18)
Accettazione: in sostanza,
come abbiamo appena visto, è il modo di esprimere
il consenso: non sono d'accordo, ma a un certo punto
accetto (liberamente, responsabilmente, creativamente)
che come "gruppo" si prenda questa decisione.
Ho evidenziato la parola gruppo perché quando
si parla di accettazione si tende ad immaginare la
classica situazione della minoranza che alla fine
capitola (è "classica" proprio perché
appartiene a vecchi modelli di pensiero e azione),
mentre invece nel processo decisionale orientato al
consenso non è affatto raro che sia la maggioranza
ad accettare l'appello (orientamento) della minoranza,
come nel caso del "blocco della decisione".
Non a caso la definizione sopra riportata "il
Consenso si ha quando tra maggioranze e minoranze
si sviluppa una comunicazione che alla fine, pur permanendo
forme di disaccordo sui contenuti di una decisione,
porta il gruppo nel suo insieme ad accettare liberamente,
responsabilmente, creativamente quella decisione"
parla di gruppo nel suo insieme, e non di minoranza.
Obiezione: indica la
presenza di un disaccordo sul piano dei contenuti.
È quanto di più naturale nel corso del
processo decisionale, ma bisogna prestare molta attenzione
al modo in cui viene espresso perché ciò
incide notevolmente sul piano della relazione. L'obiezione
può essere a volte talmente forte da chiedere
il blocco o sospensione di una decisione. In ogni
caso, di fronte a un'obiezione, il gruppo deve sempre
fermarsi per ascoltarsi meglio e trovare una risposta
soddisfacente. Ciò può richiedere un
attimo, o un intera riunione, dipende da molti fattori.
E se alla fine i tentativi di risolvere l'obiezione
non riescono, ci sono due modi per uscirne col consenso:
"Stare da parte" o "Bloccare la
decisione".
Blocco: vuol dire che
la maggioranza alla fine accetta le obiezioni della
minoranza e contestualmente acconsente a non prendere
una determinata decisione. Qui è importante
notare che il blocco non riguarda affatto il processo
decisionale - il quale è semplicemente impossibile
da bloccare - bensì la particolare decisione.
Di fatto il gruppo, nel suo insieme, alla fine decide
consensualmente di non prendere quella decisione,
che in pratica significa sospenderla o rimandarla
(quindi comunque ha deciso: e come conta il modo in
cui si arriva a questo tipo di decisioni!).
Dunque il blocco di una proposta, per essere parte
di una decisione consensuale, deve ottenere il riconoscimento
da parte di coloro che inizialmente erano contrari
all'obiezione. In questo modo non è mai la
minoranza a bloccare una proposta, ma il gruppo nel
suo insieme. Il singolo o la minoranza possono solo
obiettare in rapporto al contenuto di una proposta
e quindi, in pratica, chiedere il blocco della
relativa decisione; ma l'accoglimento dell'obiezione,
e di conseguenza il blocco della decisione, spetta
alla maggioranza. (nota19)
Questo problema ovviamente non si pone nella misura
in cui l'obiezione è largamente condivisa:
più sono le persone che obiettano e maggiore
è la necessità di bloccare e rivedere
una decisione. È un fatto di saggezza: pure
il mc tiene conto dei numeri delle maggioranze e delle
minoranze. In definitiva il mc è un metodo
per gestire in modo nonviolento il rapporto di potere
naturalmente conflittuale tra minoranze e maggioranze
(rapporto di cui parleremo approfonditamente più
avanti).
Stare da parte. Questa
particolare formulazione, di derivazione statunitense
(mi riferisco ancora all'opera di Butler e Rothstein),
vuol dire che alla fine la minoranza accetta che il
gruppo prenda una determinata decisione, ma non offrirà
in fase esecutiva il suo supporto ad essa.
La minoranza, in questo caso, mantiene il suo convinto
disaccordo in rapporto alla decisione che ormai si
sta per prendere, tuttavia sceglie liberamente e responsabilmente
di acconsentire all'orientamento della maggioranza,
dichiarando le forme del suo non sostegno alla decisione
(per esempio con dichiarazioni del tipo "non
mi oppongo alla decisione, ma farò/non farò
."),
cosa che in sostanza ri-fonda il patto di lealtà
tra le parti. Naturalmente, come nel caso del blocco
della decisione, si arriva a questo punto solo dopo
un attento e possibilmente approfondito confronto.
Lo "stare da parte" rappresenta dunque una
situazione limite in cui, nel contesto dato, tutti
i tentativi di negoziazione creativa sono falliti.
Così lo "stare da parte" rappresenta
un modo saggio ed efficace per dare tempo al tempo
e uscire bene da situazioni defatiganti e a rischio
di alta tensione. Ci torneremo in modo approfondito
nella parte dedicata alla gestione del rapporto tra
maggioranze e minoranze.
Veto: secondo me questa
parola è legata a vecchissimi modelli di pensiero
(e azione), dunque non ha alcun senso all'interno
di un processo partecipativo orientato al consenso
e per questo dovrebbe essere abbandonata del tutto
- abbiamo visto che forza può avere il linguaggio
che adoperiamo. (nota20)
Ancora due parole
Partecipazione. Oggi
si parla tanto e in misura crescente di partecipazione;
ma cosa intendiamo con questa parola? Anche chi in
assemblea ascolta e basta partecipa; anche chi parla
per mezzora di fila alla platea, senza che del suo
resti alla fine minima traccia, partecipa. I più
navigati conoscono bene i limiti e gravi pericoli
dell'assemblearismo spontaneo e autogestito, dove,
col tempo (molto rapidamente), gli automatismi inconsapevolmente
acquisiti (premesse vinci/perdi) prendono inesorabilmente
il posto delle migliori aspirazioni democratiche.
Chi non illumina di consapevolezza la propria storia
(che per ciascuno è al contempo personale e
sociale), è destinato a ripeterla. Allora diventa
d'obbligo chiarire, e concordare almeno un po', cosa
intendiamo con questo termine, specie quando si dice
di considerarlo un "valore" o un obiettivo
strategico. Per me, in rapporto al mc, partecipare
vuol dire:
a) essere messo nelle condizioni (tempi e modi giusti)
di poter sapere ciò che conta sapere (quanto
meno quello che sanno tutti gli altri) per poter influire
in modo creativo e responsabile sul processo decisionale
(fase preparatoria);
b) poter influire in modo creativo e responsabile
sul processo decisionale in sede di riunione (fase
assembleare);
c) poter prendere coerentemente parte alla conseguente
realizzazione delle decisioni e/o poter verificare
in seguito l'attuazione e la ricaduta di tali decisioni
(fase esecutiva). (nota21)
L'insieme di queste caratteristiche configura una
partecipazione che io chiamo "efficace".
Da notare però che il mc crea le condizioni
favorevoli alla partecipazione efficace, ma non potrà
mai garantirla, poiché questa in ultima analisi
dipende sempre in qualche misura dalla mentalità
(carattere, esperienza, personalità) del soggetto
che partecipa.
Impegno. Prendere una decisione non ha molto
senso in sé: il senso ce l'ha se poi la decisione
può essere realizzata. E qui viene appunto
l'impegno: in gruppo si prendono decisioni che per
essere poi concretizzate richiedono sempre un certo
impegno, a volte di pochi, a volte di tanti o di tutti;
a volte un impegno intenso e duraturo, altre volte
breve. Il mc ha come fine quello di condurre un gruppo
verso la produzione di decisioni con la migliore garanzia
di essere portate a termine. La qualità di
una decisione non è data solo dal suo contenuto
(che potrebbe essere pure geniale), ma anche, e forse
soprattutto, dalla possibilità di essere ben
eseguita e realizzata nonostante le difficoltà
che tante volte sorgono nella fase di attuazione.
Una decisione veramente consensuale porta con sé
la massima garanzia di essere concretizzata, perché
le persone sono legate da una sorta di promessa reciproca
alla quale hanno aderito liberamente, responsabilmente,
appassionatamente. (nota22)
___________________________________________________
NOTE
Nota 12: A proposito degli automatismi che ci governano, invito a leggere la scheda “La discussione è una guerra”, in appendice, nella quale studiosi di fama mondiale illuminano cosa accade quando (noi occidentali) discutiamo.
[
torna_su ]
Nota 13: Di tutto questo,
che non c’entra nulla con i temi e problemi specifici
che interessano un gruppo e che portano i suoi membri
a investire tempo energie e denaro per riunirsi e agire,
è necessario tenere ben conto se si desidera raggiungere
veramente gli obiettivi e i fini dichiarati. Purtroppo
non basta essere degli esperti nel proprio campo (e
naturalmente ognuno ha il suo), è indispensabile avere
anche sufficienti competenze nell’area delle relazioni
umane, poiché siamo tutti costretti a comunicare, a
gestire problemi e conflitti assieme ad altri, a prendere
decisioni. [
torna_su ]
Nota 14:Negli anni settanta
lo psicologo sociale Irving Janus coniò il termine groupthink
(pensiero di gruppo) per indicare un fenomeno osservabile
nei gruppi. In sostanza per ridurre il disagio psicologico
che il disaccordo provoca, i membri di un gruppo possono
cercare il consenso tendendo all’adattamento con l’opinione
della maggioranza anche quando tale opinione è ai loro
occhi palesemente errata. Coloro che la pensano diversamente
rinunciano a portare la loro diversità per timore di
rompere la coesione, la pace, l’armonia. Infatti la
diversità è la base della ricchezza, ma (per questo)
è anche la base del conflitto. Questa è la ragione per
cui il conflitto e la sua creativa gestione è così importante
nel mc. Il consenso viene dopo il conflitto, non prima,
poiché esso è esattamente il risultato della trasformazione
costruttiva del conflitto. Naturalmente non sempre la
diversità di opinioni (disaccordo) genera conflitto,
e quindi non sempre è necessario attraversare il conflitto
per arrivare al consenso; ma se il conflitto arriva
(sono le tensioni emotive che ne segnalano la presenza
certa) il puntare all’evitamento del conflitto impedisce
di sicuro l’emersione (concepimento) del consenso.
[
torna_su ]
Nota 15:La differenza tra
mediazione e facilitazione sta nell’intensità del conflitto
da gestire: quando tra le parti la relazione è fortemente
degradata (alta sfiducia) e il conflitto quindi raggiunge
livelli di forte intensità, è necessario un tipo d’intervento
che configura la mediazione; quando il conflitto si
mantiene a livelli fisiologici e la relazione tra le
parti è ancora abbastanza sana (c’è ancora una base
di fiducia), il tipo d’intervento si configura come
facilitazione. Inoltre la mediazione ha a che fare con
un numero molto limitato di parti in causa (coppie,
piccoli gruppi), mentre la facilitazione interviene
anche in situazioni assembleari con grandi numeri (centinaia
di persone). Mediatori e facilitatori hanno competenze
molto simili. [
torna_su ]
Nota 16: Nei gruppi è normale osservare la presenza di due estremi: ci sono persone che puntano sempre all’unanimità, e dunque ricercano con accanimento l’accordo pieno più che il consenso, a volte addirittura se dipendesse da loro sospenderebbero la decisione pur di non avere anche una sola persona in disaccordo; altri caratteri invece sono propensi ad andare avanti non appena si forma una maggioranza (di cui ovviamente fanno parte) mostrando poca sensibilità per le minoranze. Entrambe le tendenze, che sono frequenti e sfuggono alla consapevolezza dei soggetti portatori, sono un ostacolo insidioso al consenso, soprattutto quando sono incarnate da figure leaderistiche. In questi casi la facilitazione formale è un grande aiuto per tutti.
[
torna_su ]
Nota 17: A proposito degli
automatismi che ci governano, invito a leggere la scheda
“La discussione è una guerra”, in appendice, nella quale
studiosi di fama mondiale illuminano cosa accade quando
(noi occidentali) discutiamo.
[
torna_su ]
Nota 18: Gli statuti o
atti costitutivi, anche nel caso di associazioni di
volontariato, non profit e simili, che operano richiamandosi
esplicitamente a valori a mio giudizio pienamente in
sintonia con la nonviolenza (valori che vengono appunto
dichiarati negli statuti), sono di norma costruiti su
modelli “democratici” fondati sulla “forza della maggioranza”.
Tali modelli, di fatto imposti per legge (poiché la
legge richiede per gli atti formali la decisione a maggioranza,
o all’unanimità), non consentono lo sviluppo di pratiche
decisionali orientate al consenso, e anzi, personalmente
li considero modelli fortemente ostacolanti lo sviluppo
democratico, poiché in realtà favoriscono modelli vinci/perdi,
e, in definitiva, la guerra (che come Galtung dimostra,
caso mai ce ne fosse bisogno, è pienamente compatibile
con una certa dominante concezione di democrazia – vedi
op. citata). Il punto è che la visione del processo
decisionale sottesa a simili modelli è quasi primitiva
– e perciò la “democrazia” in cui viviamo non può essere
di qualità diversa. In particolare, per il nostro discorso,
è importante tener conto che per la legge italiana
il concetto di consenso equivale a quello di unanimità
(come ben sa chiunque abbia partecipato a un assemblea
legittimamente costituita), e questa apre possibilità
interessanti per i gruppi che desiderano inserire il
mc nel loro statuto (anche senza farlo contraddittoriamente
convivere col metodo della maggioranza). Negli ultimi
anni in Italia un crescendo di organizzazioni, anche
pubbliche, hanno comunque introdotto il mc esplicitamente
nei loro statuti e/o regolamenti (basta navigare un
po’ in internet per scoprirlo).
[
torna_su ]
Nota 19: Per quanto ne
so, il principale aspetto che caratterizza la diversità
degli approcci al mc (al di là degli stili di facilitazione),
riguarda il potere consentito al singolo o alla minoranza
di bloccare una decisione. Va notato bene che però non
si tratta del potere di veto classicamente inteso, anche
se gli assomiglia tanto. Infatti, ed è fondamentale
tenerlo ben presente, in quei casi in cui è previsto
che il singolo possa bloccare la larghissima maggioranza,
tale maggioranza, avendo accettato il metodo in quei
termini sin dall’inizio, di fatto acconsente a farsi
bloccare, e dunque la decisione finale di blocco è di
tutto il gruppo e perciò consensuale. Bisogna riconoscere
però che questa particolare dinamica richiede una notevole
maturità delle persone e un’elevata fiducia tra i membri,
dal momento che situazioni del genere tendono di norma
ad alimentare parecchio risentimento nel gruppo (la
maggioranza si sente oppressa dalla minoranza e tende
a vivere la decisione come imposizione: è l’assurdo
del mc – chiaro indicatore che viene applicato male
– dove la minoranza opprime la maggioranza). Per questo
ritengo che la gran parte dei contesti politici, economici
e sociali in cui il mc potrebbe essere oggi praticato
con successo siano poco compatibili con siffatte modalità,
adatte solo a gruppi relativamente piccoli e fortemente
coesi. . [
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Nota 20: Il concetto di veto a me pare comunque un non senso, perché i metodi decisionali che lo prevedono, se sono metodi fondati su una libera scelta del gruppo e non sull’imposizione da parte di qualcuno, nel momento in cui il veto viene esercitato non può che trovare il precostituito consenso del gruppo.
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Nota 21: Il riferimento
alle fasi menzionate è reso più comprensibile nel breve
capitolo “il mc: una visione d’insieme”.
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Nota 22: Passione è
una parola speciale poiché racchiude gli opposti:
piacere e dolore. Certe decisioni/azioni, come certe
relazioni, richiedono a volte molta fatica e pure sofferenza;
però dentro di sé si sente che, al di
là di ogni calcolo, ne vale la pena.
Quel al di là di ogni calcolo è
esattamente ciò che viene chiamato fiducia -
e in alcuni casi fede. [
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INDICE
INTRODUZIONE
Buona lettura!… (ma perché leggere?)
1.
Il METODO DEL CONSENSO: UN'IDEA DA APPROFONDIRE
Decisioni (azioni) di qualità.
Condizioni necessarie all'adozione e all'applicazione
del mc.
2. PROBLEMI
DI LINGUA, PROBLEMI D'INTESA
Glossario minimo.
3. IL
METODO DEL CONSENSO: UNA VISIONE D'INSIEME
4. CONSENSO
E VOTO: COMPATIBILITÀ LIMITATA
Due metodi, due strade.
Il voto consapevole: uno strumento per usare meglio
il metodo della maggioranza - e il metodo del consenso.
5. LA
GESTIONE DEL PROCESSO DECISIONALE
Passaggi obbligatori.
Un errore tipico.
Il processo decisionale è come…
La verifica (e costruzione) del consenso.
Il metodo di lavoro: c'è, ma non si vede!
La gestione del rapporto tra maggioranze e minoranze.
6. LA
FACILITAZIONE
Facilitazione senza facilitatori.
Panoramica.
In pratica.
SCHEDA 1 - La
discussione è una guerra!
SCHEDA 2 - Il
Problem Solving.
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