IL METODO DEL CONSENSO
Un contributo alla comprensione e alla gestione dei
processi decisionali partecipativi.
di Roberto
Tecchio
* * * * * *
1. Il METODO DEL CONSENSO:
un'idea da approfondire.
Nelle seguenti
due paginette presento la mia definizione e idea del
metodo del consenso (mc): sono probabilmente le più
difficili perché tentano di inquadrare il metodo
in una visione complessa - dal momento che la comunicazione
in generale e i processi decisionali in particolare
sono fenomeni complessi.
Il mc è una procedura di lavoro di gruppo
che si articola in diverse fasi e che si attua
mediante un insieme assai vario di pratiche
(tecniche), volta all'individuazione e all'analisi
di problemi e soluzioni fino al conseguimento di decisioni
senza ricorrere al voto.
Tale metodo si fonda su un insieme di premesse
che tendono a orientare tutta l'attività
di un sistema verso forme organizzative
che portano a decisioni - e più in generale
ad azioni - efficaci in rapporto agli obiettivi
perseguiti e coerenti con i principi e le finalità
(e le premesse) dichiarati dal sistema stesso.
(nota 2)
Entriamo in questa
definizione attraverso le sue parole chiave (in neretto).
Le fasi sono
sia quelle temporali del prima, durante e dopo le
riunioni (nota
3) (il prima consiste
nella preparazione della riunione, il dopo corrisponde
al periodo che intercorre con la successiva riunione
nel quale le decisioni vengono attuate), sia quelle
del processo decisionale che si svolge durante l'incontro,
in cui, come i passi di una danza, si susseguono una
serie di "passaggi obbligatori" che vanno
dall'individuazione dei problemi alla scelta delle
soluzioni (sono obbligatori nel senso che per quanto
sia rapida la scelta essa ha alle spalle una fase
in cui prima si è messo a fuoco il problema,
e poi si sono prodotte e valutate le soluzioni). Le
fasi sono illustrate e riassunte nel capitolo "il
mc: una visione d'insieme".
Le pratiche sono rappresentate dalle particolari
modalità (strumenti e tecniche) tramite le
quali il gruppo comunica al suo interno, prima, durante
e dopo le riunioni (dunque non solo durante l'incontro,
come in genere si tende a pensare) al fine di individuare,
analizzare e risolvere i problemi, gestire i conflitti
e le tensioni emotive, formalizzare le decisioni.
Tali modalità costituiscono il cosiddetto "metodo
di lavoro", cioè qualcosa che un gruppo
attua sempre e comunque anche a prescindere dalla
sua consapevolezza di avere un metodo - di cui si
parlerà abbondantemente.
Decisioni senza ricorrere al voto. Questa è
la caratteristica distintiva del mc, che però
rappresenta solo la punta dell'iceberg, poiché
la diversità di tale metodo rispetto a quelli
basati sul voto a maggioranza è davvero grande
- e l'intero scritto si propone di mostrarlo.
Un insieme di premesse. In genere si pensa
al metodo come un insieme di tecniche speciali che,
quasi per magia, risolveranno annose difficoltà.
Tale pensiero (spesso una "premessa inconsapevole",
cioè un pensiero-regola che si segue senza
sapere di seguire) costituisce un ostacolo che rende
impossibile l'attuazione delle pratiche orientate
al consenso. Le tecniche sono semplicemente indispensabili,
ma restano secondarie rispetto alle premesse, dalle
quali in definitiva discendono e dipendono.
Le premesse hanno a che vedere con la mentalità
delle persone che formano un gruppo, e con la cultura
dell'ambiente di cui le persone e il gruppo sono parte.
Le premesse dichiarate (di un individuo, di un gruppo,
di un sistema) sono sempre valoriali (ciò in
cui si crede). Nel caso del mc i valori fondanti
(che per questo chiamiamo principi) sono quelli
della nonviolenza, della giustizia, della pace, della
democrazia, e il metodo serve a realizzare, partendo
dal qui e ora, tanto verso se stessi quanto verso
gli altri, nelle riunioni come nel mondo, i valori
stessi su cui esso si fonda e che un domani si vorrebbero
vedere più pienamente realizzati (che per questo
chiamiamo fini/finalità). (nota
4)
Tendenza a orientare tutta l'attività
di un sistema verso forme organizzative
che portano a decisioni - e più in generale
ad azioni - efficaci in rapporto agli obiettivi
perseguiti e coerenti con i principi e le finalità
(e le premesse) dichiarati dal sistema stesso.
L'attività di un sistema in termini di efficacia
(la capacità di realizzare gli obiettivi perseguiti),
dipende dalla sua organizzazione interna, cioè
dal particolare rapporto tra le parti che compongono
il sistema stesso. Sembra esserci uno stretto rapporto
tra la qualità (forma) dell'organizzazione
interna di un sistema e la qualità della sua
azione verso l'esterno. Pertanto un sistema che voglia
realizzare e promuovere la democrazia verso l'esterno
potrà farlo (in modo efficace) solo nella
misura in cui attuerà la democrazia al
suo interno. Questa legge della coerenza nel rapporto
tra mezzi e fini (i mezzi stanno ai fini come il seme
sta alla pianta) può essere a mio parere considerato
il fondamento scientifico e morale del mc. (nota
5)
Ecco perché incidere significativamente sul
processo decisionale comporta inevitabilmente, prima
o poi, una trasformazione altrettanto significativa
sul piano dell'organizzazione del sistema, il che
a sua volta influisce sulla qualità dell'azione
verso l'esterno. La dinamica è circolare e
ricorsiva.
Ma che qualità dovrebbero avere le nostre decisioni
e azioni per poter dire che sono di "qualità"?
Più o meno consapevolmente, che qualità
ricerchiamo (delle nostre azioni e relazioni)? In
base a cosa (criteri, valori, premesse) valutiamo
le nostre decisioni e azioni?
Decisioni
(e azioni) di qualità.
Anzitutto va riconosciuto che non si tratta di scegliere
se investire o no del tempo per valutare: poiché
noi valutiamo letteralmente in continuazione tutto
quello che facciamo e che fanno gli altri (ovviamente
per la gran parte in modo inconsapevole), il primo
passo è divenire più consapevoli di
come già valutiamo le nostre e le altrui azioni
e decisioni. Solo tale consapevolezza permette di
trasformare in senso migliorativo i nostri sistemi
interni di valutazione, e dunque le nostre azioni.
(nota
6)
Riflettere sulla qualità delle decisioni è
un modo concreto per capire di che pasta è
fatto il metodo decisionale che si usa e, al di là
dei buoni propositi, affinarlo. Infatti una decisione
è partecipativa e creativa se il processo messo
in atto è partecipativo e favorisce la creatività.
Scegliere certi parametri (o criteri, o "valori"),
implica che questi rappresentino (e consentano in
qualche modo la misura di) elementi ritenuti più
importanti rispetto ad altri - perciò di valore,
e perciò attinenti alle premesse. I parametri
che in rapporto al mc io trovo più appropriati
per riflettere sulla qualità complessiva di
una decisione, sono:
la partecipazione efficace (qual è stato
il grado di coinvolgimento effettivo, nelle varie
fasi del processo decisionale, dagli aventi diritto
e/o da coloro che sono toccati direttamente dalle
conseguenze delle decisioni? È stata intenzionalmente
favorita, e in che modo, la partecipazione alle varie
fasi del processo decisionale? La facilitazione della
comunicazione e del processo è stata esercitata
in modo consapevole?);
la gestione costruttiva dei conflitti (quanto
spazio è stato dato all'espressione e ascolto
delle differenze di pensiero e delle tensioni emotive,
e come è stato gestito? Il grado di fiducia
reciproco, e verso il progetto comune, è complessivamente
aumentato o diminuito alla fine della riunione?);
la creatività (quanto le idee/proposte
di soluzione contenute nelle decisioni finali sono
nuove e originali rispetto alle idee/percezioni/valutazioni
di partenza?);
la sostenibilità globale o responsabilità
sociale (le soluzioni scelte scaricano su terzi
- la società e l'ambiente - eventuali oneri
e costi? In che misura sono stati previsti e valutati
gli effetti collaterali sul contesto sociale e sulla
natura - le cosiddette esternalità?); (nota
7)
l'efficacia sul piano pratico (quanto le decisioni
prese sono fattibili? in che misura rispondono ai
bisogni e agli interessi individuati?).
Per quanto concerne la qualità delle decisioni
e azioni a cui si punta col mc, in questa sede mi
sembra importante sottolineare due voci: la creatività,
che in genere viene assai trascurata a favore di una
grossolana efficacia (si è sempre molto centrati
sul compito, c'è poco tempo, e dunque si tende
a ricorrere a vecchi mezzi e schemi che per loro natura
non possono essere creativi); la sostenibilità
globale, che a mio parere costituisce l'elemento
chiave che differenzia nettamente il mc all'interno
dei cosiddetti approcci vinci/vinci (o quantomeno
da certe concezioni di tali approcci).(nota
8)
Condizioni
necessarie all'adozione e all'applicazione del mc.
Da quanto sinora detto sono propenso a trarre certe
conclusioni :
- l'adozione formale del mc può avvenire
solo mediante una buona decisione consensuale. Il
mc, una volta scelto, non esclude in via di principio
il ricorso a forme di votazione a maggioranza per
prendere decisioni, ma tale ricorso deve necessariamente
fondarsi su una buona decisione consensuale (altrimenti
si hanno effetti distruttivi - vedi capitolo "consenso
e votazione a maggioranza"); (nota
9)
- il mc può essere formalmente adottato
solo da gruppi che dichiarano esplicitamente di ispirarsi
a valori, principi e fini compatibili con la nonviolenza
(pace, democrazia, solidarietà, libertà,
equità, ecc); (nota
10)
- il mc può essere formalmente praticato
solo da gruppi che, ben oltre le belle parole
dei loro statuti e proclami, sono costituite in prevalenza
da persone con una mentalità tendente alla
nonviolenza. (Uno dei tratti fondamentali che manifesta
tale mentalità riguarda il "mantenimento
della parola" - degli impegni, degli accordi,
delle promesse - cosa che implica un attenzione speciale
verso il proprio mondo interiore, da cui la parola
origina con tutta la sua chiarezza o ambiguità.
Insomma, servono anzitutto "persone di parola"). (nota
11)
Scendendo più nel concreto, per quella che
è la mia esperienza, direi che il mc può
essere adottato e avere buone possibilità di
funzionamento nella misura in cui i membri di un gruppo
che si apprestano a tale scelta:
- sono in prevalenza dichiaratamente insoddisfatti
del loro modo di gestire le riunioni;
- conoscono a sufficienza (almeno in teoria) il mc;
- ci credono, o quantomeno sono veramente interessati
a sperimentarlo;
- si impegnano ad attuarlo (sperimentarlo) con continuità
e, quindi, a valutare con attenzione l'esperienza
che ne fanno.
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NOTE
Nota 2:
In questa sede uso il termine gruppo per indicare
lunità elementare data da un insieme
qualsiasi di persone che si riunisce per discutere
e prendere decisioni (gruppi di lavoro permanenti
o commissioni temporanee allinterno di unassemblea,
lassemblea stessa, il comitato scientifico o
il consiglio direttivo di unazienda o di unassociazione,
una famiglia, una comunità, una classe di studenti
o il collegio docenti di una scuola, ecc), mentre
uso il termine sistema quando voglio evidenziare linsieme
più complesso di organizzazione umana entro
cui il gruppo sinserisce (per esempio il gruppo
consiglio direttivo, o lassemblea dei soci,
sinserisce allinterno di unassociazione
culturale o politica, di una bottega del mondo o di
una federazione di botteghe, di un ente pubblico o
di un partito politico). In pratica la parola gruppo
dovrebbe evocare nelle mente di chi legge limmagine
tipica e semplice della riunione, mentre la parola
sistema dovrebbe evocare limmagine della struttura
formale e dellorganizzazione di cui quel gruppo
è parte e a cui dà vita. [
torna_su ]
Nota 3: Uso come sinonimi
riunione, incontro e assemblea. [
torna_su ]
Nota 4: Principi e fini
indicano in sostanza la stessa cosa: i principi ispirano,
fondano, e per questo stanno in principio; ma rappresentano
anche ciò a cui alla fine si tende, quindi il fine
o finalità. In tal senso gli obiettivi rappresentano
le forme concrete più immediate che, una volta conseguite,
realizzano e prefigurano coerentemente in qualche
misura i fini. I mezzi sono ciò che viene usato per
raggiungere gli obiettivi e, in ultima analisi, i
fini; perciò gli obiettivi, una volta raggiunti, diventano
un mezzo (la pace è il fine, il mezzo, e il principio
ispiratore). Principi e fini, data la loro importanza,
fanno parte di ciò che chiamiamo valori; ma in senso
lato è un valore tutto ciò in cui si crede profondamente
e di cui si ha (o si crede di avere) bisogno. I valori
affondano dunque le radici nei bisogni, e i bisogni,
come si sa, si radicano nel corpo (è tramite il sistema
nervoso e il corpo nel suo insieme che posso sentire,
percepire, riconoscere i miei diversi bisogni): ecco
perché emozioni, sentimenti e sensazioni hanno un’importanza
tanto fondamentale (anche) nella politica. Di tutto
ciò è necessario tenere conto quando si vogliono gestire
in modo nonviolento (o creativo, o costruttivo) i
processi decisionali. [
torna_su ]
Nota 5: Ciò non significa
che un individuo o un gruppo che operino in maniera
perfettamente coerente a questa legge (ammesso che
sia possibile) abbiano il potere assoluto di realizzare
la democrazia, la pace e la giustizia a livello sociale.
Anche in un sistema elementare come una coppia di
persone, obiettivi come la pace, la giustizia, il
rispetto, lo “stare bene insieme”, non sono mai alla
portata del singolo quand’anche il singolo fosse capace
di agire come un Buddha o Gesù Cristo - come la storia
dimostra senza ombra di dubbio. [
torna_su ]
Nota 6: La valutazione
è talmente connaturata all’attività mentale che alcuni
autori parlano di sistemi percettivo-valutativi: percepire
è già valutare. Non siamo una tabula rasa, nemmeno
alla nascita. [
torna_su ]
Nota 7: Galtung, nella
sua importante e consistente opera “Pace con mezzi
pacifici” (ed. Esperia), dedica un intero capitolo
al problema delle esternalità in rapporto alla gestione
creativa dei conflitti e ai modelli di sviluppo. Per
inciso, l’autore insiste sulla rilevanza della dimensione
valoriale (premesse esplicite e implicite) negli studi
sulla pace, oltre che ovviamente nell’azione per la
pace. [
torna_su ]
Nota 8: Negli ultimi
decenni si è assistito a un forte incremento delle
politiche partecipative all’interno di organizzazioni
di lavoro (così i lavoratori sono più soddisfatti
e producono meglio), soprattutto multinazionali, che
però al contempo praticano verso l’esterno (ambiente,
persone e società) politiche predatorie di feroce
sfruttamento. Al contrario nella sfera pubblica si
sta assistendo, anche qui da decenni, ma soprattutto
nell’ultimo periodo, alla promozione di politiche
partecipative verso l’esterno (i cittadini, la società)
da parte di istituzioni (pubblica amministrazione,
partiti, scuole, etc) che mantengono al loro interno
pratiche decisionali e di gestione del potere di stampo
militare. Questi esempi servono a mostrare come le
medesime tecniche (da questo punto di vista il mc
rientra certamente negli approcci cosiddetti win/win
alla negoziazione e mediazione dei conflitti) possano
essere inserite dentro premesse (visioni del mondo,
valori, principi e finalità) completamente diverse.
Poiché il mc si fonda su premesse di nonviolenza (che
io considero profondamente spirituali ed ecologiche),
non può essere adottato da organizzazioni che perseguono
fini solidali e democratici al proprio interno e fini
predatori verso l’esterno, o che al contrario pensano
di favorire la democratizzazione dell’esterno mantenendo
pratiche antidemocratiche verso l’interno. L’idea
di democrazia a cui mi ispiro potrebbe essere meglio
resa col concetto di omnicrazia, coniato da Aldo Capitini,
cioè una gestione del potere politico trasparente,
decentrata e diffusa – cosa che per molti continua
ad essere un’insanabile contraddizione in termini.
[
torna_su ]
Nota 9: L’adozione del
mc, in quanto decisione esplicita e consapevole, implica
che ciò sia un passaggio formale. Perciò quando uso
mc sottintendo sempre mc formale, cosa ben
diversa dal cosiddetto mc informale, cioè l’uso di
pratiche vagamente ispirate e informalmente orientate
al consenso. Su questo vedi anche Butler e Rothstein,
op. cit.. [
torna_su ]
Nota 10: Io uso il concetto
di nonviolenza (scritto tutto attaccato, in pieno
accordo col pensiero di Aldo Capitini) per racchiudere
un’insieme coerente di valori. In proposito un’opera
per me fondamentale è “Teoria e pratica della nonviolenza”,
di Giuliano Pontara, ed. Einaudi. [
torna_su ]
Nota 11: È assai frequente
e “normale” osservare gruppi dichiaratamente ispirati
alla nonviolenza (o a valori affini) che usano metodi
tutt’altro che orientati al consenso. Del resto tale
fenomeno sembra naturalissimo perché più o meno eclatanti
abbiamo tutti le nostre umane contraddizioni.
[
torna_su ]
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INDICE
INTRODUZIONE
pag. 1
Buona lettura!… (ma perché leggere?)
1.
Il METODO DEL CONSENSO: UN'IDEA DA APPROFONDIRE
Decisioni (azioni) di qualità.
Condizioni necessarie all'adozione e all'applicazione
del mc.
2. PROBLEMI
DI LINGUA, PROBLEMI D'INTESA
Glossario minimo.
3. IL
METODO DEL CONSENSO: UNA VISIONE D'INSIEME
4. CONSENSO
E VOTO: COMPATIBILITÀ LIMITATA
Due metodi, due strade.
Il voto consapevole: uno strumento per usare meglio
il metodo della maggioranza - e il metodo del consenso.
5. LA
GESTIONE DEL PROCESSO DECISIONALE
Passaggi obbligatori.
Un errore tipico.
Il processo decisionale è come…
La verifica (e costruzione) del consenso.
Il metodo di lavoro: c'è, ma non si vede!
La gestione del rapporto tra maggioranze e minoranze.
6. LA
FACILITAZIONE
Facilitazione senza facilitatori.
Panoramica.
In pratica.
SCHEDA 1 - La
discussione è una guerra!
SCHEDA 2 - Il
Problem Solving.