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News GEVAM n. 63 del 25 settembre 2003  -  Area Tematica: Ambiente

La prima e la più diffusa newsletter telematica di informazioni ambientali e del volontariato

ORGANO DI STAMPA INTERASSOCIATIVO del Gruppo GEVAM - Onlus

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Indice:

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1     Editoriale: Ambientalismo a senso unico

2     SOPRAVVIVERE AL CALDO? ANCHE LE PIANTE HANNO LE LORO STRATEGIE

3     Il "vento caldo". Oggi la patologia metereopatica è accentuata fortemente e l'ettrosmog vi gioca un ruolo decisivo. La sensazione di malessere è connessa all'aumento di ioni positivi che influiscono sul microclima. L'inquinamento elettromagnetico è in buona parte responsabile dell'aumento della temperatura sulle città e della conseguente siccità.

4     L'influenza delle industrie farmaceutiche sulla qualità della nostra vita. Intervista con il Dr. Matthias Rath che svela quanto l'industria farmaceutica sia strettamente collegata con i più grandi decisori politici del mondo e compia investimenti cinici e spietati. È il problema delle malattie e non la soluzione.

5     L'educazione ecologica e lo sviluppo sostenibile. Dalla cultura che separa alla cultura che connette. I motivi della crisi ambientale odierna e l'esigenza di un cambiamento culturale.

 

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Inizio news:

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1     Editoriale: Ambientalismo a senso unico

Essere attualmente ambientalisti responsabili e minimamente competenti, richiede un notevole impegno, soprattutto in termini di studio, in quanto l'approccio alle problematiche ambientali, necessariamente deve essere eclettico e pragmatico, multidisciplinare e complessivo.

Altrimenti si rischia di essere strabici, di apparire (ed essere) estremisti e riduttivi.

Semplificare ha senso, ma solo nella comunicazione e non nella conoscenza che si dovrebbe possedere prima di occuparsi di fenomeni assai complessi e delicati. Altrimenti si scandiscono slogan e si manifestano rituali privi di significato essenziale e di scopo prospettico lungimirante.

La motivazione è una bella cosa, ma dovrebbe derivare dalla consapevolezza acquisita e non da istanze psichiche individuali o da velleità di carriera sociale e professionale.

E con questo chiudo la premessa ed arrivo al cuore di quanto mi accingo a denunciare, cioè l'assoluta disparità di trattamento che gli ambientalisti fanno, a livello direi internazionale (non è solo un problema di casa nostra), tra l'industria da un lato (laggasi soprattutto le multinazionali) e l'agricoltura dall'altro.

Senza ombra di dubbio l'industria è stata demonizzata in tutti questi decenni, come documenta la seppur breve storia dell'ambientalismo, mentre l'agricoltura è stata solo sfiorata dalle critiche e dalle denunce.

Con questo non intendo certo affermare che le accuse all'industria, soprattutto nel passato, fossero esagerate, perché le responsabilità colpose e dolose c'erano, ed in parte ci sono tuttora, per un notevole cinismo speculativo da un lato e per l'assenza di leggi di tutela ambientale e soprattutto di controlli dall'altro lato (istituzionale e politico).

Quello che voglio semplicemente affermare è che l'agricoltura non era certo esente dalle stesse responsabilità. Parlo ovviamente di quello che è divenuta l'agricoltura negli ultimi decenni, cioè dell'agricoltura industriale, una vera e propria industria della terra, che si dedicava al suo sfruttamento intensivo con abbondante uso di pericolosi fitofarmaci (i cosiddetti "pesticidi"), attività che ha inquinato (avvelenato) in maniera capillare l'intera superficie del pianeta, ed ha certamente assunto una grave responsabilità morale nell'aumento delle patologie sanitarie di cui soffre la collettività.

Si è trattato di una vera e propria disparità di giudizio e di trattamento.

Di conferme di questo mio riscontro ce ne sono a iosa, in tutti questi anni ne ho avute moltissime, la più recente è stato il far passare sotto silenzio il ritiro (per volontà dell'UE) di 320 principi attivi chimici (soprattutto impiegati nei fitofarmaci), come già avevo scritto in un mio precedente articolo. Non mi risulta che alcuna associazione ambientalista ne abbia parlato e diffuso l'elenco, ed infatti in proposito c'è una totale disinformazione tra la popolazione e si continua ad usare i prodotti vietati, come nulla fosse. In compenso intervengono coi loro commenti su qualsiasi sciocchezza che riguardi anche solo di striscio l'industria o la politica.

Oppure potrei citarvi il fatto, ancora più eclatante, che nessuna associazione affronta seriamente e denuncia lo scandalo dei sussidi in agricoltura e delle barriere doganali, che sono tra le vere cause della povertà dei Paesi in via di sviluppo e sottosviluppati (come vengono ipocritamente definiti, PVS), per non parlare della sovrapproduzione e della distruzione dei prodotti invenduti.

Il problema di fondo è probabilmente di natura culturale e psicologica profonda.

Le persone "coltivano" ancora a livello simbolico radicato, la percezione delle nostre origini evolutive derivanti dalla cultura contadina. L'agricoltura è vissuta inconsciamente come un'attività buona, positiva, preziosa, ecc., nonostante tutto. Nonostante sia perlopiù degenerata, degradata e divenuta distruttiva.

Dimostrano queste mie affermazioni, tra le innumerevoli prove, sia la pubblicità del settore agroalimentare (tutta incentrata sugli aspetti bucolici naturalistici), sia la scelta fatta da una miriade di persone di andare a vivere in campagna (e poi pentirsene, perché al traffico ed al rumore si è sostituito l'avvelenamento da fitofarmaci ed il disturbo della caccia).

La soluzione è nella promozione dell'agricoltura biologica, biodinamica e nella permacoltura, ma mi pare che in questa direzione l'impegno delle associazioni sia piuttosto scarso (per usare un eufemismo), perché è scarsa la consapevolezza delle vere priorità delle problematiche ambientali e giova a molti il protrarsi di certi fenomeni.

In fondo dobbiamo riconoscere che spesso ci si prostituisce per molto poco e la pusillanimità è assai diffusa ...

Cordiali saluti

Claudio Martinotti

 

2     SOPRAVVIVERE AL CALDO? ANCHE LE PIANTE HANNO LE LORO STRATEGIE

Fonte: E-gazette  http://www.e-gazette.it 

Roma, 8 settembre - Stress da caldo? Non ne soffrono solo uomini e animali. In questa torrida estate anche piante e alberi hanno avuto il loro bel daffare per cercare di evitare lo stress idrico, mettendo a punto difese e stratagemmi particolari per sopravvivere alla canicola e alla siccità.

Come si sa, l'acqua è indispensabile per le piante, in quanto nutre la linfa vitale che dalle radici porta alle foglie i sali minerali, per poi ritornare alle radici con i prodotti della fotosintesi necessari alla crescita di gemme, fiori e foglie. Ma le piante non conservano che una piccola parte dell'acqua assorbita, visto che ben il 98% evapora dagli stomi, i pori microscopici di 5-30 micron che si trovano sulle foglie, durante la risalita della linfa. Si stima che una foresta di un ettaro emetta dalle 3.000 alle 4.000 tonnellate d'acqua nell'atmosfera. Questo processo però può diventare dannoso in certe condizioni. "Lo stress idrico - spiega Dorothea Bartels, professore di Botanica all'università Friederich-Wihelm di Bonn - sopravviene quando la quantità di acqua traspirata è superiore alla quantità di acqua assorbita dalla pianta". Per evitare queste situazioni critiche, le piante hanno messo a punto nel corso dell'evoluzione diverse strategie per economizzare la loro riserva d'

acqua. "Le radici - aggiunge Thierry Simonneau, ricercatore di ecofisiologia all'Istituto nazionale di ricerca agronomica di Montpellier -, capaci di percepire i periodi di siccità dal suolo, in condizioni di stress sintetizzano un ormone, l'acido abscissico, che, trasportato alla foglie dalla linfa, si ferma negli stomi, limitando così le perdite di acqua". Un altro modo elaborato dal regno vegetale per sopravvivere alla siccità è quello di ridurre la superficie di traspirazione delle foglie. I girasoli per esempio lasciano appassire le loro foglie, mentre le querce le ricoprono con una specie di cera che riflette i raggi solari, preservandone l'umidità. Il risultato di questi sforzi è che però l'anidride carbonica non entra più nella pianta, che di conseguenza rallenta la sua crescita. Nelle regioni calde le specie vegetali hanno adottato la strategia della vita notturna, aprendo i loro stomi dopo il tramonto per catturare anidride carbonica e rilasciare vapore acqueo. Emblematiche

 a tal proposito le piante della resurrezione, come il Craterostigma plantagineum dell'Africa del Sud, in grado di tornare alla vita dopo un disseccamento totale. Ma le piante sensibili alla mancanza d'acqua non sono in grado di sopportare aumenti di temperatura troppo elevati. "In base alla quantità d'acqua assorbita - spiega Simonneau - la pianta riesce a regolare la temperatura per l'evapotraspirazione, evitando che si alzi troppo. Ma se si accumulano mancanza d'acqua e temperature troppo elevate, è la fine. Le foglie esposte alla calura possono raggiungere temperature superiori di 5-7 gradi a quella ambientale, che può essere di 45-47 gradi, con un conseguente accumulo di tossine, che mette in forse la stessa sopravvivenza della pianta". Anche gli alberi hanno messo a punto dei meccanismi di resistenza al calore. "Attraverso un segnale chimico sintetizzato al livello delle radici e inviato nel tronco - spiega Sylvain Delzon, studioso di ecofisiologia alla stazione forestale di Pi

erroton - le foglie riconoscono il contenuto idrico del terreno, reagendo di conseguenza. L'albero, dopo aver formato un legno che contiene la linfa e le fibre per il suo sostentamento, blocca traspirazione, assorbimento dell'anidride carbonica e fotosintesi, finché non ricomincia a piovere".

 

3     Il "vento caldo". Oggi la patologia metereopatica è accentuata fortemente e l'ettrosmog vi gioca un ruolo decisivo. La sensazione di malessere è connessa all'aumento di ioni positivi che influiscono sul microclima. L'inquinamento elettromagnetico è in buona parte responsabile dell'aumento della temperatura sulle città e della conseguente siccità.

Fonte: Forum Elettrosmog.

"Tutto si comprese nel 1750 quando Benjamin Franklin dimostrò che l'effetto più imponente della ionizzazione atmosferica  era la folgorazione. Lo fece facendo volare tra le nubi un aquilone nel bel mezzo di un temporale. Da allora numerosi ricercatori giunsero alla scoperta che la situazione elettrica dell'atmosfera poteva variare lo stato di clima e di benessere sull'organismo

E' possibile che vi siano per alcune persone  condizioni di benessere, mentre per altre più sensibili,  nello stesso ambiente, si possa provare un "certo disagio". In genere le condizioni personali di benessere/malessere variano a seconda dell'adattamento soggettivo delle persone, un adattamento entro i parametri di alcuni ambiti: ad esempio il rumore, la temperatura, l' umidità, l' illuminazione, la polvere, o a frattori come ambienti chiusi non arieggiati e a volte agli stessi tessuti degli abiti che una persona indossa. L'adattamento dell'individuo è soggettivo e può variare in base ad altri agenti come l' alimentazione, lo stato del momento, l'età.

Ma quando il disagio riguarda  la maggioranza delle persone in un territorio, allora si deve ritenere che gli effetti abbiano superato il livello "di guardia", dato che statisticamente il malessere riguarda non più soggettivamente gli ipersensibili,  cioè quella  punta dell' iceberg che ieri da sola non faceva notizia, ma la maggioranza dei presenti in quel luogo.

Nell'era  "tecnologico/digitale-videotelefonica da passeggio"  il nuovo malessere che sembra assalire le persone è la vecchia metereopatìa, un acciacco dei nostri nonni,  su cui ci si scherzava sopra. Oggi  in chi soffre di artrosi cervicale, la patologia metereopatica è accentuata fortemente. E alleviare i disagi per i sofferenti del resto non è semplice: a volte non bastano medicinali a curare gli effetti, occorrono sapienti massaggi, o l'agopuntura.    

Ma una sana prevenzione all'inquinamento elettromagnetico basterebbe a  ridurre ciò che da' origine all'effetto spiacevole dell'elevata sensibilità  collettiva: la responsabilità di fattori ambientali che quando individuati, devono essere affrontati e rimossi con cognizione.  E tra le cause  ora dimostreremo come  l' "elttrosmog" giochi un ruolo decisivo.

Il dolore alla cervicale,  il mal di testa, più di ogni altra cosa, spesso sono imputabili ai nuovi "nemici invisibili", percepibili solo indirettamente, avversari elettromagnetici come il campo elettrico stazionario, l'inquinamento "indor", la temperatura elevata. Oppositori che non si vedono ma indirettamente i primi due e direttamente solo il terzo si percepiscono attraverso un senso di malessere.

Quello che spesso la gente chiama "onde" o "energia" e noi qui definiremo per comodità "vento caldo" è un' eccedenza, uno squilibrio elettromagnetico dell'aria che si riflette inevitabilmente sulle persone.

L'aria che ci circonda è più o meno carica di ioni in sospensione.  Si tratta di ioni positivi e negativi. In ambienti chiusi o all'aperto, il campo elettrico ambientale è determinato dalla presenza e dall'equilibrio di tali particelle che, in un centimetro cubo d'aria stazionano in una proporzione da 0,8 a 1:  800 positivi e 1000 negativi

La sensazione di malessere è connessa all'aumento di ioni positivi.  I venti caldi infatti, come lo scirocco, il libeccio, lo sharav, il phoen, apportatori di ioni positivi, sono in grado di aumentare nei luoghi in cui transitano la carica elettrica dell'atmosfera e provocare il malessere. I fili della corrente e gli strumenti elettrici nelle abitazioni creano anch'essi un campo elettrico (positivo nel senso di carica magnetica).

Il disagio deriva dal fatto che l'uomo, costituito da un  buon 75% di liquidi, tra sangue e muscoli, ha elettricamente una  buona "capacità induttiva" e ovviamente  vive "immerso" nell'aria. L'uomo  non sempre si adatta alla mutevole e a volte brusca situazione elettrica dell'aria - variabile per via delle alte e basse pressioni, del flusso delle correnti - non sempre si adatta alle variazioni termiche intorno;  spesso  le subisce  e in modo pregnante per i notevoli quanto improvvisi mutamenti negli equilibri tra le particelle ioniche negative e positive.

Un esempio?

-Nella regione a il terreno è prevalentemente sabbioso o con vegetazione, è libero e incontaminato, come spesso è quello intorno alle città, creando alla stessa città condizioni climatiche mediamente favorevoli;

-Nella regione b il terreno è prevalentemente argilloso, limoso, e/o intensamente industrializzato.

Per mezzo dell'azione dei fenomeni come la radiazione cosmica, solare e radioattiva,  nella regione a i raggi elettromagnetici vengono in gran parte assorbiti dal terreno sabbioso, creando uno stato di relativo benessere: nell'aria della regione a si formano ioni piccoli e leggeri le cui molecole hanno perso ioni positivi e acquisito ioni negativi (dal punto di vista fisico occorre ricordare che per "negativo" si intende "buono");

mentre nella regione b, date le particolari condizioni di limosità del suolo, dallo stesso terreno vengono riflessi calore solare e , sottoforma di umidità, ioni positivi grandi e pesanti, ioni che si vengono ad agglutinare, compattare, dall'aggregazione di piccoli ioni sulla superficie di goccioline d'areosol. Ioni con alta carica  positiva che sono facilmente "elettrizzabili".

Il  "vento caldo"  è una corrente d'aria carica di ioni grandi e positivi che come tra due vasi comunicanti è in grado di veicolare e amplificare la radiazione cosmica.  Il raggio di corrente è negativo e, per attrazione degli opposti, esso elettrizza gli ioni positivi riscaldando l'aria nella zona b.  Attraverso lo spostamento delle correnti, l'aria della regione b giunge nella regione a e si ha la sensazione di un "vento caldo" per l'effetto che tali particelle subiscono dalla radiazione solare, essendo le nuove particelle sopraggiunte più cariche di elettroni, elettroni che ora amplificano il calore del sole. E' la ragione del "Nino". A livelli estremi, tale forte dislivello elettromagnetico, è la causa degli uragani.

In aree industrializzate-antropizzate e con sistemi di emissione elettromagnetica artificiali, costanti, quali le radiotelecomunicazioni per telefonia mobile - le quali non si dimentichi, si sono aggiunte al precedente inquinamento - è possibile, che attraverso la dispersione ionica, si creino le medesime condizioni di surriscaldamento dell'aria e si rendano queste condizioni stazionarie tutto l'anno, col solo risparmio però del riscaldamento invernale e in giornate con il sole, in cambio di estati sempre più afose e di siccità così detta "africana", ma che di africano non ha nulla, a cui seguono nubifragi violenti.

La ionizzazione dovuta all'eccessiva conducibilità dell'aria comporta  un'amplificazione della radiazione del sole e degli infrarossi responsabili del caldo.   

L'aria nelle città e lungo le autostrade viene usata oggi come conduttore per la telefonia, ma in essa avvengono dispersioni ioniche.  Cosa si intende per dispersione ionica? Una stazione radiobase emette costantemente un' onda stazionaria in andata e ritorno,  simile a una portante elettrica, necessaria al transito elettromagnetico delle comunicazioni.

Il bombardamento elettromagnetico ad alta energia alle molecole dell'aria, con radiazioni permanenti più o meno ionizzanti e/o "fotoni" dovuti alla spinta energetica nelle microfrequenze, è forse la ragione del caldo innaturale a cui assistiamo. Le emissioni elettromagnetiche delle radiobasi possono provocare l'espulsione di elettroni dagli atomi delle molecole dell'aria e formare nuovi ioni positivi. Si otterranno ininterrottamente ioni positivi liberi nell'aria , stazionari sulle città,capaci di caricarsi non solo di polveri, di fotosintesi,  ma anche di energia solare e di veicolare fortemente sul suolo sottostante, come un propulsore, come una grande lente di ingrandimento sulla città, le radiazioni  elettromagentiche del sole.

Bisognerà attendere un forte temporale affinchè gli ioni liberi positivi venutisi a formare dai campi stazionari delle radiobasi e dall'esercizio più vasto delle telecomunicazioni si eliminino dall'aria sovrastante. Ma le nubi sono sempre più cariche di una unica polarità positiva, essendosi formate con l'evaporazione attraverso strati d'aria ionizzati positivamente. Un circolo vizioso. Le nubi transitano ma in mancanza di particelle negative  non si scaricano.  Basterebbero ioni negativi a fungere da scintilla, da detonatore alle nubi.

L'inquinamento elettromagnetico è in buona parte responsabile dell'aumento della temperatura sulle città e della conseguente siccità. Temperatura che come sappiamo si è elevata progressivamente in questi ultimi dieci anni.  E non a caso le centraline telefoniche, le celle radiobase, esitono da poco più di 10 anni, esattamente dal '92.

L' OMS iniziò ad avere molte perplessità riguardo al sistema, finanziando da allora vari studi epidemiologici che ora dovrebbero ottenere le prime risposte.

"Gli effetti acuti, a breve termine, dei campi elettromagnetici prodotti dalle frequenze estremamente basse: elettrodotti, varie apparecchiature elettriche; dalle radiofrequenze: emittenti radio-TV e dalle microonde: radar, telefoni cellulari, stazioni radiobase, sull'uomo sono rappresentati da una varietà di sintomi aspecifici e da veri e propri stati di malattia, che per il fatto di non essere generalizzati a tutta la popolazione esposta ma solo a una percentuale variabile di questa (dallo 0 al 30%), vengono indicati coi termini di "ipersensibilità ai campi elettromagnetici" o di "elettrosensibilità" (ES). La ES è caratterizzata da importanti sintomi a carico soprattutto del sistema nervoso: astenia psicologica anche intensa, apatìa, difficoltà nell'elaborazione del pensiero, irritabilità, perdita della memoria, ansietà, cefalea, vertigini, disturbi del sonno. (...)

Angelo G.Levis  Genetica-Scienze  Univ. di Padova

"Le onde radio emesse dai cellulari rendono più aggressive le cellule tumorali stimolandole a moltiplicarsi".

E' risultato da uno studio eseguito dal Prof. Marinelli del CNR su cellule in provetta e presentato al workshop internazionale sugli effetti biologici dell'inquinamento elettromagnetico, pubblicati su New Scientific.

"Dopo 24 ore di esposizione continua le cellule leucemiche vanno incontro a morte programmata con una frequenza molto più alta delle cellule di controllo non esposte: in media il 20% in più delle cellule, rispetto a quelle di controllo, muore. Ma il dato più rilevante è che, dopo 48 ore di esposizione, sono attivati sia un meccanismo di sopravvivenza cellulare, sia tre geni che stimolano enormemente la moltiplicazione delle cellule sopravvissute.Noi non sappiamo quali siano gli effetti delle onde radio sulle cellule umane sane, ma nelle cellule leucemiche la risposta è sempre la stessa: l'ipotesi del danneggiamento del DNA"

Fiorenzo Marinelli CNR-Bologna

Sono solo due - casuali - delle innumerevoli prese di posizione degli scienziati di tutto il mondo.

Questo stato di cose, a nostro avviso,  avrebbe condotto la civiltà attuale a ripercussioni metereologiche che sono sotto gli occhi di tutti. La nostra tesi è che il peggioramento del clima è una conseguenza, oltre che dell'effetto serra, dell' inquinamento elettromagnetico.

Le emissioni potranno esserte ridotte. Gli attuali quattro sistemi di trasmissione - TACS, GSM, Dual Band, UMTS-  potrebbero essere ricondotti ad uno soltanto, o al massimo a due sistemi; gli innumerevoli gestori potranno coalizzarsi in pochi gruppi, mantenendo gli stessi abbonati. Le decine e decine di migliaia di inutili antenne sarebbero così ridimensionate di oltre la metà,  se solo i gestori europei della telefonia mobile utilizzassero un unico campo elettrico stazionario per ogni città, col sistema del "roaming"  (assegnare le varie frequenze su un unico campo elettrico). Cesserebbero  inutili elevazioni della potenza elettrica nell'aria e moltiplicazioni delle tra l'altro antiestetiche antenne.

Agosto 2003, G. C. Landi

 

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4     L'influenza delle industrie farmaceutiche sulla qualità della nostra vita. Intervista con il Dr. Matthias Rath che svela quanto l'industria farmaceutica sia strettamente collegata con i più grandi decisori politici del mondo e compia investimenti cinici e spietati. È il problema delle malattie e non la soluzione.

Fonte: Disinformazione

Intervista con il Dr. Matthias Rath, aprile 2003  http://www4.dr-rath-foundation.org/

"Un programma per i popoli della Terra" (parte I) Articolo completo alla pagina web: http://www.disinformazione.it/intervistaRath2.htm

[...]

Qual è stato l'impatto dei suoi libri sull'industria farmaceutica?

Nel mio libro "Perché gli animali non sono soggetti ad attacco cardiaco e gli uomini sì" ho elencato per la prima volta le "leggi dell'industria farmaceutica". Queste leggi connotano il business farmaceutico con la malattia come un'industria finalizzata agli investimenti e non alla salute. Queste leggi svelano il principio di brevettabilità come un principio che fa deviare le direzioni della ricerca verso il guadagno e non a dare una risposta ai bisogni sanitari dei popoli del mondo. Questo libro accusava apertamente l'industria farmaceutica per la morte prematura di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo negli scorsi decenni e per la rovina finanziaria di intere economie. Lo smascheramento della più grande industria per investimenti del mondo come un progetto fraudolento multimiliardario è stato un atto coraggioso. Quando, per la prima volta della storia, ho detto apertamente queste cose ad una platea di 3500 persone in Germania, nel mio discorso del 21 giugno 1997, l'eff

etto si è fatto sentire in tutto il mondo.

La sola ragione per cui l'industria farmaceutica non si è vendicata contro di me è perché ho collegato questo "business della malattia" senza scrupoli con il più grande crimine contro l'umanità commesso nel XX secolo: il genocidio durante la seconda guerra mondiale. È storicamente dimostrato che il più grande cartello petrolchimico e farmaceutico d'Europa finanziò l'ascesa di Hitler al potere 70 anni fa. La seconda guerra mondiale fu principalmente una guerra per la conquista delle risorse naturali nell'Europa dell'est e in Asia.

Il Tribunale militare di Norimberga nel 1946/47 stabilì che la seconda guerra mondiale non sarebbe stata possibile senza questo cartello petrolchimico chiamato I.G. Farben. In conseguenza della sentenza emessa dal tribunale, la I.G. Farben fu divisa in Bayer, BASF e Hoechst e alcuni dei suoi dirigenti furono condannati per aver iniziato una guerra contraria al diritto internazionale, genocidio, sfruttamento e saccheggio di proprietà pubblica e privata in paesi stranieri e altri crimini contro l'umanità. La storia degli antefatti aziendali dietro la seconda guerra mondiale è documentata da un libro di Joseph Borkin "The Crime and Punishment of IG Farben" (Delitto e castigo della I.G. Farben), che è presente sul sito della nostra Fondazione.

Così, fin dall'inizio della mia strategia di smascheramento, l'industria farmaceutica si è messa sulla difensiva, e non è un caso che non abbiano mai cercato di vendicarsi o di querelarmi per diffamazione. Nel frattempo, i miei sforzi decennali per smascherare l'industria farmaceutica come un'organizzazione fraudolenta da molti miliardi di dollari sono stati coronati da un grande articolo nella più grande rivista settimanale d'Europa, "Der Spiegel". L'articolo accusa apertamente l'industria farmaceutica di frode e inganno, di mettere a rischio la vita delle persone, danneggiare le economie dei paesi per miliardi di dollari e molte altre attività che io avevo denunciato negli anni precedenti. Sono passati 5 anni tra il mio primo discorso pubblico contro il business farmaceutico della malattia e la grande copertura dei media che ora conferma questi fatti. La cosa non sorprende, in quanto questo articolo conferma anche che l'industria farmaceutica è strettamente collegata con i più gran

di decisori politici del mondo. Rivela anche che tuttora, se un governo vuole agire contro il business farmaceutico della malattia, le ambasciate americane intervengono direttamente a favore del governo USA!

Io sono lieto di essere un pioniere non solo nel campo della medicina naturale, ma anche nello smascherare il business farmaceutico della malattia. L'articolo in "Der Spiegel" del 31 marzo 2003 è il primo tassello del domino che farà crollare le mura dell'industria farmaceutica in un futuro non troppo lontano. Altri media seguiranno.  E questa è una cosa positiva. È semplicemente assurdo che la salute di milioni di persone e le economie dei paesi del mondo siano sacrificati per un pugno di investitori che si rinnovano costantemente dando sostegno a politici senza scrupoli, comprese le attuali amministrazioni degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, allo scopo di mantenere artificialmente questa frode multimiliardaria sul nostro pianeta.

[...]

l'intervista segue alla pagina:  http://www.disinformazione.it/intervistaRath2.htm

5     L'educazione ecologica e lo sviluppo sostenibile. Dalla cultura che separa alla cultura che connette. I motivi della crisi ambientale odierna e l'esigenza di un cambiamento culturale.

Autore: Piergiorgio Pizzuto, Rete di Lilliput per un'economia di giustizia - nodo di Palermo

La relazione tra uomo e ambiente sta oggi indubbiamente attraversando un momento di profonda crisi, ne sono prova gli innumerevoli effetti devastanti che l'attività umana sta producendo sugli equilibri ecosistemici del pianeta. Qua potrei inserire una lunga lista di eventi catastrofici e di condizioni aberranti che provano la veridicità di questa affermazione, ma vorrei tralasciare una tale "lista nera". Serve davvero a scuotere gli animi una visione catastrofica del futuro dell'umanità? In questo momento storico credo sia più proficuo parlare di cosa si possa fare per migliorare la relazione tra uomo ed ambiente. Anche perché sono in molti a reagire con il cinismo o la rassegnazione di fronte all'enormità dei fenomeni distruttivi che caratterizzano il modo "occidentale" di abitare il pianeta. Certo, viene sempre un po' di sconforto e tanta rabbia, quando si sentono certe notizie o si scoprono certi meccanismi rodati da anni, ed in continuo perfezionamento nello sfruttamento della na

tura e delle popolazioni più indifese, più povere. E fa certamente disperare il ritrovare sempre all'origine di tali fenomeni gli interessi economici di pochi già enormemente ricchi. Credo, che sebbene ci siano tutti gli elementi per una resa senza condizioni di ogni speranza, non possiamo abbandonarci alla disperazione, se non altro per correttezza etica nei confronti dei nostri figli. Di fronte a loro abbiamo la responsabilità di sperare e di agire.

Quali vie, quale strada dovremmo intraprendere per infondere fiducia alle nuove generazioni, e per alimentare la nostra stessa speranza? C'è chi chiama questa strada "terza via", chi dice sia "lo sviluppo sostenibile", chi parla di "crescita zero", chi vuole fondare villaggi ecologici, chi parte come volontario per l'Africa in nome della cooperazione Nord-Sud, chi parla di corridoi ecologici ed aree protette, chi dice che se si lascia libero il capitale ci saranno nuovi posti di lavoro e tutti staranno davvero meglio, chi porta avanti compagne di sensibilizzazione per riformare il WTO, chi ritiene che lo sviluppo tecnologico salverà l'umanità e che in molti andremo a vivere sulla Luna in enormi città spaziali...Tale ricchezza di vedute (ne ho accennata solo qualcuna, in realtà si potrebbe continuare ancora a lungo l'enumerazione di possibili vie) è comunque un po' un indice della complessità del problema che stiamo provando ad affrontare. In effetti le implicazioni sono molteplici e

riguardano tutti gli aspetti della vita sociale, politica ed individuale. Per tentare di fare comunque un po' di chiarezza credo che si possa trattare la questione in relazione a tre ampi campi di intervento, tra loro strettamente interconessi ed assolutamente non isolati da tutto il resto. Il "paesaggio" legislativo, quello economico e quello che riguarda le scelte individuali e conseguentemente lo stile di vita. Questi "paesaggi" (mi piace chiamarli così perché mi sembra che questa parola ben si presta a sottolineare l'irriducibilità a somma di parti, l'irriducibilità del territorio alla mappa) sono tra loro interdipendenti. Se penso ad una possibile riconversione ecologica vedo questi paesaggi mutare profondamente, intrecciare tra loro nuove relazioni. Il modo più ecologico di portare avanti tale riconversione indurrebbe a partire proprio dai "nodi" tra questi vari "paesaggi", dalle loro interconnessioni. Bisognerebbe raggiungere l'obbiettivo di traslare l'ottica odierna dominante

 del "possedere per usare" a quella ecologica dell' "agire per essere", ma questo target culturale potrebbe essere perseguito in un modo razionalmente efficiente solo attraverso un'azione combinata e parallela su tutti e tre i "paesaggi" a cui accennavo prima. Nella prospettiva economica bisognerebbe che le aziende incominciassero a produrre beni fatti per durare e che rinunciassero alla scala globale e si concentrassero su quella locale, che evitassero nei processi produttivi l'uso di sostanze inquinanti e pericolose, che limitassero l'uso delle risorse non rinnovabili e si volgessero il più possibile alle risorse energetiche rinnovabili e pulite, infine che valorizzassero il lavoro umano in modo da ridare centralità al valore sociale del lavoro. Ma nell'odierno "paesaggio" economico queste ipotetiche riforme applicate ai sistemi di produzione sono fondamentalmente rivoluzionarie e praticamente inattuabili. Ecco perché sarebbe necessario una contestuale riforma del quadro legislativ

o sia a livello locale che a livello nazionale ed internazionale, che ponesse le basi per una tanto profonda riconversione. Le aziende dovrebbero in qualche modo essere stimolate dalle scelte di governo, appoggiate e stimolate nella direzione della riduzione dell'impatto ambientale e dello sviluppo sostenibile. In poche parole sarebbe necessario che un nuovo impianto legislativo regolasse e indirizzasse le attività delle imprese non più verso una iperproduzione, ma verso un modello produttivo responsabile che punti sulla qualità, sui servizi e sulle ricadute sociali virtuose. Ciò significherebbe invertire l'attuale tendenza alla privatizzazione e riconferire centralità ed importanza all'economia pubblica, e soprattutto recuperare un ruolo di guida legislativo sull'economia che rispondendo al solo criterio del profitto non è adeguata, (né tanto meno "credibile") nel far fronte alle esigenze della collettività con equità e senso di responsabilità rispetto alle generazioni future. Il "p

aesaggio" legislativo potrebbe in altre parole disegnare un futuro sostenibile grazie ad una programmazione a lungo termine che garantisca la possibilità a tutti di avere accesso alle risorse e agli spazi ambientali a tutti i livelli, dal locale al globale. Il commercio internazionale in particolar modo andrebbe regolato al fine di garantire equità (sempre meno presente) tra i paesi e tutelare soprattutto la salute delle popolazioni e degli ecosistemi. Queste due ipotetiche rivoluzioni, l'economica e la legislativa, così banalmente e superficialmente delineate, andrebbero accompagnate da un contestuale rinnovamento culturale che dovrebbe incidere su un mutamento profondo degli stili di vita. L'esigenza più pressante sembra essere proprio la riduzione dei consumi, per cui bisognerebbe orientare i comportamenti degli abitanti della parte ricca del pianeta verso la sobrietà (le famose 4 R: ridurre, riciclare, riparare e rispettare), verso l'usare piuttosto che il possedere, verso l'acco

rciamento delle distanze e la riduzione della mobilità, verso la valorizzazione della autoproduzione e della qualità della vita basata non sui consumi ma sulle esperienze autentiche e salutari. Attualmente le modalità abitative della popolazione "ricca" del pianeta non appaiono per nulla sostenibili per il pianeta. La dimostrazione inconfutabile di questa considerazione ci viene data dallo studio dell'impronta ecologica, parametro di elaborazione complessa che mette in relazione lo stile di vita con la superficie necessaria per sostenerlo. Secondo dei dati che risalgono a qualche anno fa, l'impronta ecologica di un italiano copre una superficie di circa 3 ettari, mentre quella di un americano giunge a circa 6 ettari, a fronte del modestissimo dato di un indiano, che utilizzerebbe soltanto 0,8 ettari per sostenere il proprio stile di vita. Questo indicatore è particolarmente utile in quanto ci può far comprendere quanto sia irrealizzabile per l'umanità l'ipotesi di un modello di vita

"all'americana". Se infatti moltiplichiamo i 6 ettari occupati da un americano per i 6 miliardi di abitanti del pianeta raggiungiamo una cifra molto più grande della superficie del pianeta. Il modello di vita consumistico per eccellenza appare quindi irrealizzabile in una ottica globale, a meno che si accetti una sempre più netta sperequazione di accesso alle risorse e agli spazi, un sempre più netto divario tra Sud e Nord del pianeta, tra ricchi e poveri (pur sempre rimanendo sul piano della possibilità di accesso e non sulla garanzia di distribuzione delle ricchezze.). Inoltre un tale livello dei consumi, essendo basato tra le altre cose anche sull'utilizzo e lo sfruttamento di risorse non rinnovabili, inciderebbe sul futuro del pianeta in modo irreversibile, privando le generazioni future della stessa possibilità di accesso alle risorse di oggi. Un furto nei confronti dei nostri figli, in parole povere.

Ma a ben guardare queste tre "rivoluzioni" per una riconversione ecologica sono davvero difficilmente realizzabili nella cultura occidentale vigente. Inoltre sul piano economico sono contrastate da interessi individuali e di "clan" molto potenti che a volte neanche i parlamenti di varie nazioni riescono a contrastare (vedi conflitti con WTO e FMI), e gli stessi uomini di governo raramente appoggiano riforme legislative che vadano nella direzione della costituzione di un nuovo equilibrio planetario, più equo, più ecologico, più responsabile nei confronti delle generazioni future. Ci rimane la possibilità di agire a livello individuale e di provare a sviluppare un autentica cultura ecologica, attuando un ripensamento profondo delle nostre abituali modalità di conoscere, pensare ed agire. A ben guardare, infatti, la causa prima del attuale modello di sviluppo insostenibile sta proprio nella cultura occidentale, cultura della separazione, del conflitto per eccellenza, dell'uso e del cons

umo. Premessa ideologica fondamentale che legittima una modalità abitativa non solo insostenibile ma interamente volta alla competizione, alla sopraffazione ed allo sfruttamento indiscriminato. Ora, credo, che l'unico modo per avviare una riconversione ecologica, anche se non potrà essere, come prima utopicamente auspicato, il modo razionalmente più efficiente (in quanto il paesaggio economico e legislativo oggi difficilmente si può supporre che siano suscettibili di una profonda riconfigurazione - ed inoltre ciò è molto al di là delle nostre singole forze di impatto: ci rimane il diritto di voto, che però appare sempre meno rappresentativo, e quello delle scelte dei consumi - per cui sarebbe impossibile partire dai "nodi", dalle interconnessioni tra i tre "paesaggi" di cui sopra), sia quello di stimolare un ripensamento profondo della cultura occidentale.

Questa, per centinaia di anni, è stata dominata da una visione meccanicistica dell'universo e delle realtà fisica e biologica. Si è creduto che si potesse conoscere il tutto dallo studio delle singole parti componenti, il corpo era visto come una macchina, la vita sociale come lotta di competizione per l'esistenza, il progresso materiale come qualcosa di illimitato, la conoscenza come un processo asettico e oggettivo il cui l'osservatore e l'osservato stavano su piani nettamente separati, disgiunti. Insomma una cultura della separazione, della dissezione, della macchina, che poggiava le sue basi sull'approccio atomistico del pensiero cartesiano. Questa cultura ha posto le basi per un agire finalistico in cui qualsiasi uso indiscriminato delle risorse naturali fosse giustificato, ha creato una visione dell'uomo separato, superiore alla natura, ha creato una frattura profonda tra uomo e natura.

Oggi la crisi ambientale e le nuove scoperte scientifiche pongono l'urgenza di una nuova visione, di un nuovo approccio epistemologico ed etico, in cui si riconosca la fondamentale interdipendenza di tutti i fenomeni, in un quadro sistemico e complesso in cui il tutto non è la somma delle singole parti. L'interdipendenza diviene in quest'ottica il concetto fondamentale che unisce e non separa. La teoria dei sistemi di Von Bartanlaffy, gli studi di Maturana e Verela su i processi biologici, le ricerche di Gregory Bateson e di Ilja Prigogine, la scoperta dell'entropia (secondo principio della termodinamica), il principio di indeterminazione di Heisemberg, gli studi di Edgar Morin, di Lovelock e della Margulis, la nascita della cosiddetta scienza della complessità pongono le basi scientifiche di un nuovo paradigma incentrato sulla interdipendenza dei fenomeni, sulla loro irriducibilità a somma di parti, e compongono una visione integrata, una visione ecologica.

Secondo la teoria dei sistemi i sistemi viventi sono totalità integrate, le cui proprietà non possono essere ricondotte a quelle di parti più piccole. Le loro proprietà essenziali, o "sistemiche", sono proprietà del tutto, che nessuna delle parti possiede. I sistemi possono essere inseriti in altri sistemi, anzi il reale si compone proprio di reti di sistemi interconnessi che si compongono di sistemi e che compongono sistemi, creando tra l'altro differenti livelli di interazione. In questo quadro ogni cosa assume un significato in relazione al contesto in cui inserita. Questo nuovo approccio scientifico pone la centralità delle relazioni piuttosto che degli oggetti. Si prospettano così due slittamenti di paradigma: dalla parti al tutto, dagli oggetti alle relazioni. Lo stesso Bateson afferma che il reale è composto da interconnessioni, (relazioni ricorsive), Maturana e Verela parlano di accoppiamento strutturale come forma principale e generatrice nei sistemi organici, in cui gli ele

menti si modificano reciprocamente, mantenendo ognuno la propria identità. Anche l'indagine sulle origini dell'universo parla di interconnessioni come elementi fondamentali nella creazione di ogni tipo di organizzazione. Morin sottolinea l'importanza delle interazioni come momento centrale nella formazione della physis. Anche la storia del nostro pianeta, al nascita della vita e la storia evolutiva affermano nel loro dipanarsi la centralità dell'interazione ricorsiva. Oggi non si parla più di evoluzione ma di coevoluzione, ed il primo esempio appare nella storia della vita con la costituzione dell'atmosfera ossidante in seguito alla diffusione degli organismi con metabolismi fotosintetici, o forse ancora prima con i batteri, che ci hanno dato una grande lezione di cooperazione, scambiando quotidianamente tra loro parti del DNA, o più avanti con la comparsa delle cellule eucariote per endosimbiosi. In questo quadro anche la teoria evolutiva si arricchisce di una nuova ottica che pone

la cooperazione come forza evolutiva altrettanto importante, se non più importante dal punto di vista qualitativo, della competizione. E' chiaro quanto sia importante per una cultura la visione del dispiegarsi della vita ed è indubbia l'influenza che una visione culturale comporti su uno stile di vita, sulle modalità abitative di una popolazione. Nella visione darwiniana e nelle teorie neosintetiche viene conferita centralità alla selezione naturale, alla tendenza ad una perfezione funzionalistica, ad un optimum. Nella visione della nuova scienza della complessità i cardini del processo evolutivo sono le mutazioni casuali (disordine), gli scambi e la cooperazione (Margulis: la vita non prese il sopravvento dalla lotta, ma istituendo relazioni) e questi tendono alla ricerca della varietà, non al raggiugimento di standard ottimali. In quest'ottica anche il primo confine (le micelle lipidiche) rappresenta il momento propedeutico di un instaurarsi di relazioni e di scambi, non una divisi

one che crea distanza, separazione, ma solo differenza tra un ambiente interno ed uno esterno, e le differenze sono gli "atomi costitutivi" (Bateson) delle relazioni.

Anche in un piano etico-epistemologico (ogni conoscenza è azione ogni azione è conoscenza), la scienza della complessità conferisce centralità alla relazione ricorsiva allo scambio. In epistemologia la doppia descrizione, in natura l'accoppiamento strutturale sono in un ottica sistemica sistemi organizzativi simili, accostabili per la ricorsività, ma esistenti su livelli differenti. Bateson, Maturana e Verala compiono in questo campo un'operazione culturale fondamentale: la creazione di un ponte tra corpo e mente, ricuciono lo strappo culturale che è all'origine della crisi del rapporto uomo-natura. "I sistemi viventi sono sistemi cognitivi, e il vivere in quanto processo è un processo di cognizione" (Maturana e Verela). Il dualismo cartesiano viene così superato: la mente è natura, la natura mente. La natura pensa e si autoproduce - teoria dell'autopoiesi. La mente non è una sostanza, ma un processo: il processo della cognizione, che si identifica con il processo della vita. Il cerv

ello è una struttura specifica, per mezzo della quale agisce questo processo. Il corpo è la struttura, la mente il processo. L'interdipendenza di processo e struttura ci permette di saldare la spaccatura tra mente e materia. La relazione tra mente e cervello è una relazione tra processo e struttura. L'intera struttura dissipativa dell'organismo partecipa al processo della cognizione, sia che l'organismo possegga un cervello e un sistema nervoso superiore, sia che non li possegga. I sistemi nervoso, endocrino e immunitario formano un'unica rete cognitiva. Un batterio, o un vegetale, non ha un cervello ma possiede una mente. Gli organismi più semplici hanno la capacità della percezione e dunque della cognizione. Essi non vedono, ma percepiscono cambiamenti nel loro ambiente: differenze fra luce e ombra, fra caldo e freddo, fra maggiori e minori concentrazioni di alcuni elementi chimici. Il nuovo concetto di cognizione, il processo della conoscenza, è quindi molto più vasto del concetto

 di pensiero. Ne fanno parte le percezioni, le emozioni e le azioni, cioè l'intero processo della vita.

Questa nuova concezione, fondamentale per ricucire lo strappo tra uomo e natura, gap che sta alla base della crisi ambientale odierna, può essere sviluppata e diffusa proprio grazie all'educazione autenticamente ecologica. Autenticamente nel senso che il processo dell'apprendimento si dispiega mantenendo un attento e costante sguardo sulle modalità di costruzione e di trasmissione della conoscenza. Solo una modalità che tenga conto delle premesse teoriche ed epistemologiche della scienza della complessità può stimolare un processo formativo ecologico che realmente aiuti a rendere organica la relazione tra corpo e mente, all'interno dell'individuo, e a sentirsi parte di un tutto, che non è somma di parti. Solo a partire da un profondo senso di partecipazione e di appartenenza al mondo gli individui saranno disposti a attuare cambiamenti nel loro stile di vita, ad agire per essere e non a possedere per consumare, e così ad intraprendere le mille scie che conducono alla riconversione ec

ologica.

Infine, per rendere più chiaro ed esplicito in cosa consista la nuova premessa epistemologica della scienza della complessità, vorrei presentarvi uno schema esplicativo elaborato da Gregory Bateson. Egli pone a confronto due paradigmi epistemologici: quello antiestetico, scaturito dalla cultura newtoniana-cartesiana ed attualmente dominante, e quello estetico, elaborato a partire dai principi cardine della teoria dei sistemi e della scienza della complessità. Vi invito ad una lettura di questo schema, non competitiva, o simmetrica (come direbbe Bateson), ma complementare, nel senso che i due approcci - antiestetico ed estetico - non si escludono vicendevolmente, ma andrebbero integrati. E' ovvio, comunque, che oggi quello che manca è l'approccio che scaturisce dal paradigma estetico e che quindi è proprio questo che andrebbe introdotto nelle metodologie di insegnamento e di formazione di tutti i livelli. L'educazione ecologica si propone proprio di applicare l'introduzione dell'appro

ccio estetico batesoniano nei contesti di apprendimento. E' una scienza giovane ed è ancora necessaria tanta ricerca e sperimentazione in questo campo, ma molti risultati sono già stati raccolti e l'interesse verso questa innovativa concezione dell'apprendimento cresce sempre più. Purtroppo, non c'è lo spazio ed il tempo, in questa occasione per approfondire questo fondamentale argomento, ma per quanti ne siano interessati ed incuriositi, rimando alla lettura del testo Abitare con saggezza la terra di Luigina Mortari.

Principi del conoscere antiecologico ed ecologico

Il "paradigma antiestetico ed estetico" di G. Bateson

 

Paradigma antiestetico

Cultura dominante con approccio galileiano-cartesiano

1. Pensare atomistico

2. Prevalere di processi di pensiero che procedono per separazione

3. Elezione del criterio della quantità a principio distintivo del fare scienza

4. Dimenticanza di qualsiasi senso estetico che conduca all'apprezzamento della forma

5. Distanza emotivo-affettiva fra soggetto ed oggetto della conoscenza come condizione di un procedere oggettivamente fondato

 

Paradigma estetico

Cultura ecologica con approccio sistemico e complesso

1. Principio di contestualizzazione

2. Ricerca della struttura che connette

3. Assunzione del criterio della qualità come presupposto del fare scienza

4. Il processo di costruzione del sapere non disgiunto dalla ricerca della bellezza

5. Modalità di ricerca che preveda un accostarsi alle cose con empatia e sentendosi affini ad esse.

 

Piergiorgio Pizzuto

Rete di Lilliput per un'economia di giustizia - nodo di Palermo

 

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